Ricercario
di Luigi La Rosa
A proposito di letture:
"Stupro"
di Joyce Carol Oates
da una delle massimi scrittrici
americane contemporanee
una storia agghiacciante,
spietata come una scaglia,
che punta dritto al cuore
una violenza, un gruppo
di adolescenti alla deriva,
il dramma di una ragazzina
davanti all'irrazionale della vita
e al potere incontrastabile del male
Carissimi amici lettori,
Rieccomi per una nuova, bellissima proposta di lettura. Non mi sono affatto scordato di voi, continuo a seguirvi con la premura di sempre.
E nell'intervallo tra una pagina e l'altra del mio romanzo (la storia cresce ogni notte, incrociate le dita per me), riprendo carta e penna per qualche suggerimento.
La storia di cui mi voglio occupare questa settimana arriva direttamente dall'America, da una delle sue voci più intense, un'altra di quelle autrici che sfiorano le massime vette espressive dei giorni nostri. Che rasentano la genialità (ma è un mio parere).
Mi riferisco a uno dei miei vecchi amori letterari: l'incontenibile, fluviale, a volte spietata e dissacratoria Joyce Carol Oates.
Un gigante assoluto, un autentico monumento delle lettere, nome davanti al quale non possiamo che restare estasiati, come davanti alla forza, alla passionalità della sua scrittura.
Ci sono romanzi che nascono dalla mente. Ce ne sono altri, invece, che vengono fuori dalla carne, dal sangue, dalle ossa, dal cervello, dal sesso, dalla cervice, risalendo il nostro corpo come una proiezione, un riflusso di marea.
Joyce Carol Oates appartiene certamente a quest'ultima famiglia. Le sue pagine offrono al lettore campiture brucianti, geografie emotive, grumi di materia viva, palpitante. Lacerti di fuoco. Ecco forse perché lasciano in noi cicatrici tanto profonde e ramificate, che ciascuno si porta dentro nei giorni e negli anni.
Il libro che proprio ieri notte ho finito di divorare è "Stupro". Bellissimo. Esce in una raffinata edizione Bompiani (pp.186, 15 euro), che già con la sola copertina lancia il suo imponente richiamo: che meraviglia l'oscuro angelo di Laurence Bernes abbandonato al verde intrico del bosco e come lievitato dalla terra, nell'atto di una lenta metamorfosi.
Il lettore viene violentemente catapultato - direi scaraventato, scagliato - nella dimensione vagamente onirica della vicenda. Ai piedi della statua, e probabilmente alla fine del dramma che si consuma all'interno della storia, il mormorio struggente di una natura inerte, che ha già consumato tutto, metabolizzato ogni climax della propria epopea. E ogni climax si tramuta in una nuova, piccola danza di foglie ingiallite dalle stagioni.
Siamo a Niagara Falls, 4 luglio 1996. Una ragazza cammina con la figlia dodicenne al suo fianco. La donna si chiama Teena Maguire. La figlioletta Bethel. Vengono via da un party e si dirigono verso il cuore del parco. E' notte. Non sanno quello che le attende, non immaginano cosa sta per cambiare per sempre le loro vite.
Alla fine della rimessa, quel gruppo di ragazzi ubriachi. Quelle loro grida. Quelle loro minacce. Le percosse. E la violenza, infine, l'inferno dell'abuso che si abbatte su madre e figlia come un temporale incontenibile.
I ragazzi usano ripetutamente violenza a Teena Maguire. La piccola guarda terrorizzata la scena al riparo di una barca.
Poi, i delinquenti si allontanano eccitati, lasciando la donna in fin di vita. Toccherà a Bethel uscire alla ricerca di soccorsi. Prender coscienza del male che è entrato, prepotentemente, nelle loro esistenze.
Da domani, niente sarà più come prima. Niente davanti ai giudici, davanti alla gente del quartiere, davanti al giovane agente Dromoor, del quale la donna avrebbe potuto finire per innamorarsi.
Niente di niente. Il futuro si è fermato quella notte, davanti alla stretta di quei dannati ragazzi, davanti alla loro fame brutale.
Racconto di sentimenti e di lacerazioni, il nuovo romanzo di Joyce Carol Oates, già meritatamente insignita del National Book Award, è un atto di accusa contro il sonno colpevole di una società qualunquista, incapace di salvare il cittadino dall'orrore dell'abominio e della sopraffazione.
E' un romanzo di voce, pieno di polmoni, di denuncia, cari lettori, come tutti i grandi romanzi dovrebbero sempre essere.
Un romanzo dal quale si esce con una sofferenza profonda. La stessa che la scrittura ha il potere di tramutare in incantesimo.
Finisco di leggere il romanzo di Joyce Carol Oates e nel chiudere l'ultima pagina, lo riapro immediatamente dall'inizio.
Perché un libro del genere, non puoi finirlo e affidarlo alla polvere di uno scaffale. Un libro del genere va digerito e ripreso, spogliato, disarticolato nella sua sostanza più profonda. Un libro del genere può cambiare la vita.
Buona settimana, amici. Alla prossima dal Ricercario.
Breve profilo biografico dell'autrice
Joyce Carol Oates, vincitrice del National Book Award e del Pen/Malamud Award for Archievement in Short Story, è attualmente docente di lettere alla Princeton University. Tra i suoi libri (che annoverano romanzi, racconti, poesie e commedie), "Blonde" (Bompiani, 2000), "Broke Heart Blues", "Black Water" e "Because It Is Bitter and Because It Is My Hearth", "Misfatti" (Bompiani, 2003).
|
|
|