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Ricercario
  a cura di Luigi La Rosa


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    di Luigi La Rosa

     

    A proposito di letture:
    “La morte taglia e cuce ”
    di Brigitte Aubert

    un’infanzia rubata,
    una stravagante squadra
    di poliziotti
    e un serial killer spietato
    che strazia i cadaveri
    delle vittime ricucendone
    insieme la varie parti

    da una delle scrittrici
    contemporanee più affermate,
    tradotta in quindici lingue,
    un giallo psicologico
    di gradevole lettura

    Saluti amici,
    Settimana all’insegna del giallo e dei suoi misteri. Il romanzo di cui voglio parlarvi oggi ha un titolo singolare: “La morte taglia e cuce”, di Brigitte Aubert (Voland editore, pp.185, 13.00 euro).
    Titolo che ne riassume efficacemente la vicenda, irrorando le inquiete suggestioni del racconto.
    Siamo in una città dall’ambientazione alquanto mediterranea: una città di mare, nella quale un misterioso ometto si aggira dentro la sua tuta da meccanico. Il meccanico della polizia di stato.
    Intorno all’ometto: il commissario Jeanneaux, la segretaria Mélanie, vari dipendenti e Marcel Blanc, il poliziotto-protagonista dalla difficile vita coniugale.
    Tutto apparentemente regolare, se non fosse che l’ometto in questione conserva, nella cucina della catapecchia dove vive, un congelatore che potrebbe servire benissimo un intero ristorante. E dentro il congelatore, i pezzi smembrati dei cadaveri che ogni notte si accinge a dissezionare meticolosamente.
    L’orrore s’impadronisce lentamente delle pagine, mentre il lettore si trova faccia a faccia con gli strani collage operati dalla macabra mente del folle. La scrittura asseconda abilmente gli stati d’animo, diventa essa stessa vortice e discesa agli inferi dell’interiorità malata, trasmette in maniera nitida lucidità e ossessioni.

    Anche chi non ama particolarmente il genere noir, non può non riconoscere in Brigitte Aubert un talento narrativo eccellente.
    L’originalità del romanzo sta nella capacità dell’autrice di ritrarre non solo la dimensione razionale di chi sta inseguendo i piani dell’assassino, ma pure quella esasperata e tormentata del pazzo, mosso dal ricordo del suo tragico passato, dalla perdita brutale della madre, dal difficile rapporto con la propria identità.
    Ogni pensiero è come un piccolo tassello che va a posto, un chiarimento, l’ennesimo elemento che raggiunge una posizione capace d’illuminare.
    Il lettore si muove contemporaneamente come su una doppia pista: da una parte le affannose ricerche della polizia, che lentamente chiudono il cerchio sull’eccentrico meccanico dalla vocazione cucitrice; dall’altra i suoi pensieri dissociati, ossessivi, accentuati da un corsivo maniacale che ci porta fin dentro il cuore della sua contraddizione, nel suo bisogno d’amore così negato da diventare pazzia, abisso, prigionia della ragione.
    E la storia generale si mescola alle singole storie particolari: all’amore improvviso di Marcel per la bella Nadja, alla tenerezza per il suo bambino, il bellissimo Momo, a quella capacità calviniana che ha la letteratura di germogliare come da se stessa, rendendo una struttura narrativa qualcosa di molto simile a un gioco di specchi.

    Tra gli scrittori delle ultime stagioni, a Brigitte Aubert vanno la mia stima e la mia ammirazione più sincere.
    Si esce dal romanzo con la voglia di ricominciare, e pare quasi di vederlo il misterioso Sarto della Morte - come viene spesse volte definito l’assassino-meccanico.
    A me sembra sempre di vedermi comparire accanto i personaggi di tutti i libri che amo. E non credo di essere l’unico a cui succeda.
    Cammini per la strada, ti volti, una voce richiama la tua attenzione. E il terribile omicida, l’ammaliante segretaria, l’eroe salvifico, stanno tutti lì, a qualche passo da te, pronti ad attaccar bottone.
    In fondo, come si domandava Wilde: son più le storie inventate a stupirci o il crudo nitore della realtà di ogni giorno?
    Buona lettura, amici. Alla prossima.

    Breve profilo biografico dell'autrice

    Nata a Cannes, Brigitte Aubert si è a lungo occupata di cinema producendo, scrivendo e realizzando cortometraggi e sceneggiature. I suoi romanzi noir hanno un grande successo di critica e di pubblico, e sono tradotti in quindici lingue. Nel 1996 ha ricevuto il Gran Prix de la Littérature Policière per il romanzo “La mort des bois” tradotto in italiano con il titolo “Favole di morte” (Voland 2000). Della stessa autrice Voland ha anche pubblicato “La morte delle nevi” (2002).

    Luigi La Rosa