Ricercario
di Luigi La Rosa
A proposito di letture:
La visitatrice
 |
una ventenne disperata,
che dopo la morte della madre
lascia Parigi per tornare
nella Dublino dell'infanzia:
un passato difficile,
una nonna fredda e rancorosa,
che fa scontare alla nipote
le ferite di vecchi
rapporti familiari irrisolti
un racconto davvero magistrale,
evocato sulle tinte del grigio e del nero,
attraverso il registro logorante
di una scrittura realistica e inquieta,
poeticamente spietata, densa, toccante
|
Che scoperta, amici!
Mi giunge direttamente da casa Rizzoli, ed è una di quelle rivelazioni che ti trascini dietro per mesi, per anni, seppellendoti in infinite riletture.
“ La visitatrice ”, romanzo postumo di Maeve Brennan, recuperato dal fondo di un archivio americano e pubblicato dai tipi Bur nella collana degli “Scrittori contemporanei” (pp. 109, 7.20 euro).
Leggetelo, mi sento di dettarvi questo piccolo imperativo. E parliamone dopo che l'avrete fatto, riparliamone insieme.
La leggenda appartiene già all'esistenza dell'ancora in parte sconosciuta scrittrice: donna di inafferrabile e tormentata bellezza, finita vittima della depressione, e morta in una casa di cura per malattie mentali dopo aver vissuto per anni rinchiusa nelle latrine di una redazione giornalistica.
Un personaggio difficile, sfuggente, lucido come la sua scrittura. E' infatti proprio questa capacità di dire per negare, di mostrare per poi sottrarre, la qualità che tra tutte balza sin dalle prime pagine alla mente del lettore.
Maeve Brennan è una scrittrice vera, che non cerca abbellimenti né fatue consolazioni al male di vivere. Ci proietta nella ferita urgente, impellente, ulcerosa, totale delle sue lacerazioni. Ce ne fa sentire il sangue, gli umori, il grumo inguaribile. Ma al tempo stesso tutto questo ce lo fa amare, abile com'è nel tramutarlo in incantesimo, in fascinazioni sotterranea.
La vicenda che ci propone all'interno del romanzo è quella di Anastasia, giovane di vent'anni che da Parigi, dopo la morte della madre, decide di tornare nella Dublino dell'infanzia, dove vive la nonna paterna. E dove il ricordo del padre, morto in seguito alla depressione e al dolore della fine del proprio matrimonio, sembra aleggiare come uno spettro di fumo.
Un fantasma che avvelena il rapporto tra la ragazza e l'anziana nonna, che macchia gli ambienti, deturpa le speranze, appesantisce le atmosfere, sottolineate dal silenzio degli spazi: il grigio delle giornate, la malinconia di una città che sembra abitata solo da morti e da ricordi, un luogo che conosce sempre, soltanto la lingua affranta del passato.
La protagonista si muove tra le stanze, all'interno del piccolo giardino sepolto dal gelo, alla disperata ricerca di un senso, un ultimo approdo dalla sua solitudine fatale. Ma la donna è comunque decisa a scacciarla da sé per vendicare la solitudine e la scomparsa del figlio - ostinata nella sua folle vendetta, malata nella sua risoluzione.
Commovente il disperante bisogno della ragazza di capire, d'interrogare, di cercare di recuperare il territorio di un possibile dialogo. La narrazione si tramuta lentamente in un inseguimento silenzioso tra le due donne, in un ambiente che si carica dei nervosismi, degli struggimenti, dei sensi di colpa non sviscerati e non risolti, quelle attese negate che sembrano essere il destino ultimo riservato a tutti i personaggi della storia.
Una tragedia greca: ecco a cosa mi fa pensare. Per l'intensità delle situazioni, la predestinazione della protagonista, il sentimento di dramma estremo che impregna il messaggio dell'autrice.
Che dire di più: leggetelo, amici. Vi colpiranno l'essenzialità del testo, la nuda scarnificazione dei costrutti, l'essenzialità dei sentimenti sottomessi al rigore della penna. Una prosa di livello stilistico altissimo, ma soprattutto di toccante poesia. E un racconto che vi farà riflettere sulla complessa stratificazione dei sentimenti e degli affetti umani. Mi raccomando: aspetto di riparlarne insieme. Alla prossima da Ricercario.
Breve profilo biografico dell'autrice
Maeve Brennan (1917-1933), nata a Dublino, ha vissuto fin dall'adolescenza in America, dove aveva seguito il padre, primo ambasciatore irlandese a Washington. Bellissima e inquieta, autrice di racconti la cui qualità fu riconosciuta da lettori eccellenti, collaborò per decenni al “New Yorker”, prima di scivolare in anni di solitudine e depressione. “La visitatrice”, un inedito romanzo breve databile alla metà degli anni Quaranta, è stato ritrovato nel 1997 in un archivio universitario americano.
|
Luigi La Rosa
|