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Ricercario
  a cura di Luigi La Rosa


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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

     

    A proposito di letture:
    “Acqua e sangue ”
    se l’orrore s’insinua
    tra le pieghe del quotidiano

    tredici impietosi ritratti umani
    al limite tra brivido puro e ossessioni

    il potere evocativo incredibile
    di uno scrittore raffinato e agghiacciante
    che sceglie l’universo gotico e surreale
    come dimensione dello sguardo
    e della riflessione esistenziale

    Cari Amici

    Settimana di festa. I miei auguri a tutti.
    Ricercario sarà ancora in Sicilia, per le lezioni catanesi. Per l’occasione si porta appresso un libro di cui vuole assolutamente parlarvi.
    I tredici racconti della raccolta “Acqua e Sangue”, dell’inglese Patrick McGrath, nell’elegante edizione Bompiani (pp. 204, 15 euro).
    Comincio il libro sul pullman. Stesso di sempre, stesso autista, qualche viso che mi pare di conoscere, dopo anni di spostamenti mensili.
    Mi tuffo dentro le pagine con l’impressione di penetrare la superficie gelida di un vero e proprio abisso interiore.
    Le immagini vengono addosso come delle scaglie dolorose, delle lance acuminate che si conficcano nella carne facendola sanguinare.

    Siamo a New York, lettori miei, davanti a una finestra di luce assoluta, dove un angelo dall’aspetto di vecchio dandy si sta denudando davanti all’amico scrittore per mostrargli la martoriata eternità del proprio corpo.
    Ma siamo anche a Londra, dove il giardino ventoso della giovanissima Evelyn ospita inconsapevolmente un esploratore in fin di vita.
    Toccherà alla ragazzina assicurargli una morte segreta e dignitosa, sancita dalla riapparizione notturna del fantasma dell’uomo.
    Storie di turbamenti sessuali, di approdi esistenziali, racconti di arcane iniziazioni, come quelle del folle pittore Jack o del reverendo Ambrose Syme. Non può esserci scampo per alcuno davanti alle guerre e alle miserie degli esseri umani, se nelle sconcertanti vicende dei Murgatroid, una castigata famiglia alle prese con i morsi della carestia decide di nutrirsi delle carni di Gerty, cucinata in pasto all’incontenibile figlio Peter e alla più sentimentale ma non meno affamata Ann.
    O se ancora nella Louisiana di fine Ottocento, i destini di una prestigiosa residenza coloniale si mescolano alle algebre inferocite di un odio atavico, ramificato, inappagabile, che si estinguerà con la distruzione della stessa dimora, condannata alle ragnatele di una notte senza fondo.
    Mi colpisce moltissimo il racconto dello scarpone al quale lo scrittore affida l’io narrante della storia. Solo un autore di sicura intelligenza poteva avere una simile intuizione. McGrath va addirittura oltre: ti lascia addosso l’orrore puro di una follia lucida, in certo senso razionale, ellittica, fedele solo a quelle verità che, una volta scoperte, non puoi più ignorare o mettere a freno in nessun modo.
    Faresti di tutto per toglierti di dosso la sensazione di quel dolore potente, di tutto per non vedere, per non sentire quello che realmente accade tra le pagine, ma sai che nulla può arginare il fasto di un’immaginazione tanto potente. Quella visione che raggela il cuore del lettore, abbandonato tra le tundre selvagge di una dimensione gotica e claustrofobica.

    E’ questo l’effetto della scrittura di Patrick McGrath. Personalmente, lo seguo fin dai primi romanzi, da “Follia” e “Il morbo di Haggard”.
    Lo ammiro perché è un narratore speciale, a suo modo lungimirante. Il brivido, che in questo ultimo libro raggiunge una condizione di orrore e di purezza assoluti, elegge a soggetto narrativo proprio quella difficile sfera dell’interiorità malata sulla quale certo perbenismo postmoderno impone le sue stucchevoli censure.
    McGrath è più sottile delle stesse riserve che spesse volte gli sono state sollevate. Come altri scrittori a lui vicini per scelte e tematiche (e tra i nomi che io amo maggiormente mi piace pensare subito a McEwan) la sua scrittura penetra, corrode, brucia con la furia di un fuoco, mettendo poi in mostra la carne corrotta, ferita e flagellata che si cela dentro ogni vera esperienza di dolore.
    Sollevo gli occhi dal libro di McGrath solo dopo aver finito la mia lettura.
    Lo spazio si assottiglia, vi si addensano arabeschi e brume. Le distanze, nella notte che mi cattura, sembrano solo un vasto lenzuolo nero.
    Mi accorgo che è cominciato a piovere: piccole gocce che danno grigio all’orizzonte di questa primavera d’aprile.
    Suggestioni da lettore?
    Semplice immaginazione?
    Chissà…

    Breve profilo biografico dell’autore

    Patrick McGrath è nato in Inghilterra e vive tra New York e Londra. E’ l’autore di “Follia”, uno dei più grandi successi letterari degli ultimi anni, di “Il morbo di Haggard”, “Grottesco”, “Martha Peake” (Bompiani, 2001) e “Spider” (Bompiani, 2002) da cui è stato tratto l’omonimo film di David Cronenberg.

    Luigi La Rosa