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Ricercario
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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Una settimana, un evento:
    viaggio nel pianeta Ottiero Ottieri

    Inaugurato a Roma nei giorni scorsi
    il convegno sullo scrittore Ottiero Ottieri.

    A ricordarlo amici e colleghi di vecchia data tra cui
    Marinella Galateria, Luigi Gallimberti, Valerio Magrelli,
    Silvio Perrella, Giovanni Raboni, Enzo Siciliano, Enzo Golino,
    Edoardo Albinati, Carla Benedetti, Furio Colombo,
    Raffaele Manica, Paolo Mauri, Emanuele Trevi,

    contributi di Andrea Zanzotto e Giuliano Gramigna.
    lettura testi: David Riondino e Paolo Bessegato.


      Cari Naviganti,
    Si comincia con uno di quegli eventi imperdibili, il convegno che Roma ha dedicato nei giorni scorsi alla figura di Ottiero Ottieri, uno dei maggiori scrittori italiani del secolo scorso, venuto a mancare nel luglio 2002.
    Un convegno e una stupenda mostra fotografica che raccoglie gli scatti di Elisabetta Catalano, Maria Mulas e Ugo Mulas. Le immagini di una vita, fotogrammi che parlano di un vissuto che appartiene alla memoria di tutti e che diventa attualità culturale, testimonianza di impegno civile.
    Titolo del convegno: Ottiero Ottieri, le irrealtà quotidiane. L’organizzazione è curata da Gianni Borgna (assessore alle politiche culturali), Maria Ida Gaeta (responsabile Casa delle Letterature), Luigi Brioschi, Stefano Mauri, Maria Pace e Alberto Ottieri.
    Ottiero Ottieri amò definirsi un “notissimo sconosciuto”, come fedelmente riportato nel catalogo del convegno. Artista multiforme, scrittore dotato di una vena rigogliosa, uomo che visse e superò, attraverso la sublimazione della parola letteraria, le innumerevoli contraddizioni del proprio tempo.
    Amico di Moravia, di Pisolini e di Calvino, fu definito spesse volte con il titolo di “scrittore della fabbrica” e “della clinica”.
    In realtà, Ottieri sfuggiva e sfugge ancora adesso a qualsiasi forma di definizione preconcetta. La parola poetica, a volte surreale dei suoi più bei romanzi, vive, s’interroga, si rinnova dal profondo. Così come si rinnova lo spirito della sua ricerca ininterrotta, spasmodica, approdata all’ultimo dei suoi romanzi da titolo Una irata sensazione di peggioramento, uscito per i tipi Guanda.
    Tanti amici scrittori e giornalisti, tanta voglia di ricordare chi è ancora tra noi e si fa profeta delle attuali contraddizioni.

    Mi insinuo per due pomeriggi di seguito tra le file di ascoltatori presenti al convegno. Quando arrivo sono in leggero anticipo: mi stupisco quasi nello scoprire che tanti altri hanno avuto la mia stessa idea.
    Neppure un posto a sedere. Pazienza. Ampi televisori consentono anche a chi non è in sala di assistere, per tutto il corridoio adiacente al chiostro, lo svolgersi delle relazioni. La sera incombe sul bellissimo cortile interno, rischiarato da piccole torce sistemate alla base degli alberi d’arancio.
    Tanta, tantissima gente. Arrivata da tutte le parti d’Italia. La famiglia, la moglie Silvana, i figli Maria Pace e Alberto.
    Tanta commozione. E un fiume di presenze, di scrittori e intellettuali: da Marinella Galateria a Luigi Gallimberti, da Valerio Magrelli a Silvio Perrella, a Giovanni Raboni, Enzo Siciliano, Enzo Golino, Edoardo Albinati, Carla Benedetti, Furio Colombo, Raffaele Manica, Paolo Mauri, Emanuele Trevi. La lettura dei testi di Ottieri è affidata a David Riondino e Paolo Bessegato.

    Cari amici, quello dello scrittore scomparso è un vero e proprio zibaldone di romanzi (ai quali andrebbero ancora aggiunti i numerosi diari che lo scrittore intrattenne nel lungo arco della sua esistenza):

    Memoria dell’incoscienza (1954), Tempi Stretti (1957)
    Donnarumma all’assalto (1959), I venditori di Milano (1960)
    La linea gotica (1963), L’impagliatore di sedie (1964)
    L’irrealtà quotidiana (1966-2004), I divini mondani (1968)
    Il pensiero perverso (1971), Il campo di concentrazione (1972)
    Contessa (1976), La corda corta (1978), Di chi è la colpa (1979)
    I due amori (1983), Il divertimento (1984), Tutte le poesie (1986)
    Improvvisa la vita (1987), Vi amo (1988)
    L’infermiera di Pisa (1991), Il palazzo e il pazzo (1993)
    Storia del PSI nel centenario della nascita (1993)
    La psicoterapeuta bellissima (1994)
    Diario del seduttore passivo (1994), Il poema osceno (1996)
    De morte (1997), La tragedia milanese (1998)
    Cery (1999), Una irata sensazione di peggioramento (2002)

    Fa paura solo pensarlo questo mare di vividissimo pensiero.
    Immaginate i giorni, le ossessioni, le inquietudini che mossero la lucida coscienza di chi aveva scelto la scrittura come suo unico modo di essere al mondo. E ovviamente, di raccontarlo, di sviscerarlo nella sua essenza ultima.
    Belli gli interventi, non lunghi, mai eccessivi, e tutti molto, molto poetici in quanto legati alle suggestioni del vissuto, all’amicizia personale, all’affetto di chi ha saputo seminare bellissimi segni della sua presenza.
    Ero lì per voi, amici naviganti, felice di esserci.
    Ho annotato tutto dal principio alla fine.
    Ho riempito fitte pagine di appunti (lo giuro).

    Ottiero Ottieri amò Roma e la sua poesia, dalle quali tuttavia si separò per un illuministico bisogno di razionalità.
    Scelse Milano come sua seconda città, e a Milano lascia un’impronta di consensi e di testimonianze. Lì decise di lavorare per diverso tempo in ambienti completamente diversi da quello della scrittura e dell’attività creativa. Potremmo definirlo uno scrittore che cercò disperatamente di andare oltre, facendo della stessa forma narrativa il territorio privilegiato e nobile dell’alterità, della complessità, del sentimento di irrealtà.
    Cercò di capire come le cose che accadono acquistano senso proprio a partire dall’impossibilità di definirle nelle categorie del matematico, del logico, del razionale a tutti i costi. In questo senso, la modernità della sua scrittura trasmuta inevitabilmente in una indefinibile, assoluta contemporaneità del dire. E la sua arte si fa viva, presente, attuale quanto mai.
    Chi passasse da Roma, fino al 27 marzo potrà ammirarne le foto, i momenti personali, i manoscritti, conservati sotto le teche della Casa delle Letterature di piazza dell’Orologio.

    Luigi La Rosa