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Ricercario
  a cura di Luigi La Rosa


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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Una settimana, un evento:
    l'Ulisse compie cento anni

    Uno dei romanzi più importanti
    della storia letteraria di ogni tempo
    ha compiuto nei giorni scorsi cento anni.

    Breve riflessione su un’opera senza tempo
    per cercare di comprendere le cifre essenziali
    alla base della sua tormentata redazione.


     Cari amici

    16 giugno 2004. Il vostro Ricercario passeggia davanti all’edicola di via delle Fornaci, proprio sotto la sua finestra.
    Compra i soliti quotidiani e una notizia balza immediatamente agli occhi: i cento anni di mister Bloom.
    16 giugno 1904. In questo giorno, James Joyce ambientava a Dublino il suo romanzo più celebre.
    In quello stesso anno lo scrittore lasciava definitivamente la sua terra in cerca di una dimensione apolide dove riposare il suo spirito infelice.
    Non era ancora uno scrittore, non lo sarà ancora per lungo tempo. E quando lo diventerà, questo accadrà a prezzo di scandali, di censure e incomprensioni che gli avveleneranno la vita.
    Al suo fianco – al fianco del dinoccolato uomo di mezza età che troviamo raffigurato in molti suoi ritratti: un viso sottile, intellettuale, sepolto sotto gli occhialini tondi che si abbassano sul naso – lo scrittore più importante del Novecento portava una giovanissima cameriera dell’albergo Finn’s.
    Quella fuga l’avrebbe segnato, l’avrebbe inseguito negli anni, è qualcosa che si sentirà continuamente rinfacciare per la vita, come se l’altrove fosse soltanto un vizio, la concessione a un’intolleranza verso le radici, una sorta di rifiuto di sé e della memoria.
    Niente di più assurdo. E niente di più ingiusto contro uno scrittore che ha aperto le porte all’arte della contemporaneità.
    Anche Joyce, per tornare ai vecchi discorsi, mette tutto il suo universo emotivo ed esistenziale in una valigia e parte, con l’intento di raggiungere quel posto che la storia della letteratura dovrà conservargli di diritto.
    E’ una letteratura stantia, nella quale non si ritrova, che non gli piace. Lui sente il nuovo, lo porta dentro come una macchia o come una tentazione.
    Il nuovo pulsa nelle gocce frementi del suo sangue, si muove insieme a lui sui binari, sta galoppando verso cieli sconosciuti.
    Londra, Parigi, Roma, Trieste, Zurigo. Le città si moltiplicano e con esse cresce il senso della sua solitudine.
    Il celebre autore dell’Ulisse concepisce l’utopia di un viaggio straordinario che si compie all’interno di una città e all’interno di una giornata.
    Per percorrerla e abitarla intimamente – questa utopia – James Joyce ha bisogno di una lingua e di una grammatica nuove. Ripone quindi i polverosi dizionari della tradizione e affronta di petto la lingua della strada, la lingua brulicante dei rumori, la lingua scivolosa dell’irrazionale.
    Una lingua che non parla da sé, ma che lascia parlare le cose, gli oggetti, i personaggi. Vi pare poco?
    Lo scrittore scava sottili fessure nella mente di ogni suo personaggio e vi si tuffa dentro per auscultarne libere associazioni. In ogni anima si cela un caleidoscopio di commozioni e di terrori. Ogni cuore è un calendario di palpiti. Restituisce pertanto a queste associazioni e a questi palpiti un vero statuto di consapevolezza, impregnandone la pagina.
    Da ora in poi, anche coloro che sorridevano come davanti a una diversità grande tuttavia minacciosa, dovranno tutti imparare da lui come si fa. A ricreare la vita, a renderla in parole. E sappiamo chiaramente che si tratta di parole che hanno la forza d’imporsi, di solcare oceani. Parole che sentiamo ancora fresche dopo un secolo di logorio ammirato. E’ con tali parole che Ulisse si consegna al lettore del nostro tempo.
    Ulisse è un viaggiatore, ha l’anima in bocca, pronta al canto.
    Vive di confronti con il quotidiano, gli appartengono decisione, ironia, a volte insoddisfazione.
    Ulisse ci viene incontro mostrandoci la strada.
    Buon compleanno a uno dei più celebri personaggi letterari di ogni epoca. E grazie per averci chiarito che raccontare la verità, in fin dei conti, è già sognare. Ai prossimi cento anni.

    Luigi La Rosa