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Ricercario
  a cura di Luigi La Rosa


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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Una settimana, un evento:
    “Giselle” approda al Teatro dell’Opera di Roma

    messo in scena nei giorni scorsi
    uno dei più coinvolgenti
    balletti di tutti i tempi
    nella bella interpretazione
    di Laura Comi e Roberto Bolle

    Giselle, l’incanto della vita e dell’amore,
    sferzato dalla crudeltà del tradimento,
    che diventa metafora tragica
    raccontata dalle forme del corpo
    e dalla magia dei movimenti


     Cari amici

    Settimana intensa per Ricercario. Appena rientrato dalle sue giornate siciliane, eccolo daccapo al centro di mille impegni e appuntamenti.
    Arrivo a Roma un caldo mercoledì mattina, giusto in tempo per rivedere la mia amica di sempre. Mi comunica che ha già prenotato i biglietti per la prima di Giselle. Sento che dovremmo andarci di lì a qualche giorno.
    L’Opera, musicata da Adolphe Adam, rappresenta uno dei più splendidi balletti di ogni tempo. Rivisitato ora da Carla Fracci partendo dall’idea originaria di Coralli, Pierrot, Petipa, Dolin.
    Due atti ispirati a una leggenda nordica, trascritta da Theophile Gautier e Vernoy De Saint Georges. Due atti che diventano due momenti della vita, due indimenticabili appuntamenti con le emozioni dei protagonisti.
    Giselle, interpretata da Laura Comi, è la fanciulla del villaggio della valle del Reno di cui finisce per innamorarsi il nobile Albrecht (nei cui panni si è calato il virtuoso Roberto Bolle, dotato tanto di bellezza fisica quanto di pulizia tecnica d’eccezione, e acclamato dai fan presenti come la vera star della serata).
    Ma Giselle ha anche un altro pretendente: il guardacaccia Hilarion (Manuel Paruccini), che finirà per scoprire l’inganno operato dal nobile signorotto pur di irretire il cuore della ragazza.
    Albrecht si spaccia infatti per un povero contadino della zona, celando il baratro sociale che in realtà lo allontanerebbe dal mondo di Giselle. Con la finzione egli la induce ad amarlo perdutamente e riesce a conquistarla.

    Quando si spengono le luci e cominciano le danze, ho la sensazione di non essere più a Roma, davanti alla balconata del terzo piano, nel cuore del più bel teatro della capitale. Improvvisamente appartengo anch’io alla vita dei boschi, in mezzo alla folla che si muove, che scolpisce posizioni e sentimenti della vita.
    Giselle scivola tra le braccia del suo amante, si concede a lui con la tenerezza della scoperta, ma soccombe prematuramente all’inganno e muore di follia. Gli accordi con cui l’orchestra sottolinea la sua decadenza, o il dramma della madre che ne accoglie il corpo tra le braccia allibite, appartengono a quelle emozioni che è veramente difficile descrivere. Che narrare diventa superfluo, talvolta pericoloso. Sono cose che devi vivere, devi godere, soffrire con ogni fibra dell’essere. Non ci sono termini per dire tanta bellezza e tanto strazio.
    Il cimitero spettrale che emerge dalle tenebre nel cosiddetto “atto bianco” mette in luce il talento di Anna Anni, scenografa e costumista dell’opera.
    Davanti alla tomba di Giselle vittima d’amore, il candido ballo delle Villi, le anime delle fanciulle uccise dalla passione e dalla disperazione.
    Secondo la mitologia nordica, nelle ore della notte, escono per catturare e costringere a ballare fino alla morte gli uomini colpevoli di tradimento.
    Prima vittima delle eteree fanciulle dell’oltretomba il guardacaccia Hilarion, responsabile di aver dato coscienza ai dubbi di Giselle e di averla messa davanti alla cruda inesorabilità dell’inganno.
    Poi è la volta di Albrecht, penitente ai piedi dell’amata perduta. E’ su di lui che si concentrano ora le attenzioni delle spose dell’Ade, in un vortice generale di tormenti e di ossessioni che la danza leviga fino a farne quadri di puro splendore artistico.
    Albrecht che si protende verso Giselle nella fredda distanza della morte. Albrecht che tende le dita, che trema, che supplica tregua nella speranza di tornare al privilegio della sua antica passione. Alla fine, sarà comunque l’amore a dettare le sue leggi. E a spingere Giselle a strapparlo più volte dall’agonia, sostenendone il corpo pentito e aiutandolo a resistere fino alle luci dell’alba, momento in cui le Villi son costrette a tornare alle loro eterne dimore e il giovane potrà ripercorrere malinconico la via del ritorno.
    A ricevere l’omaggio del pubblico e dei ballerini al proscenio, un’elegante e sempre amatissima Carla Fracci, autrice della rivisitazione del balletto e unanimemente riconosciuta come una delle più affascinanti interpreti del personaggio di Giselle.

    Uscendo dai luminosi saloni del teatro recuperiamo la calda aria serale della città, la sua brulicante vita notturna.
    Mentre mi avvio per la discesa di Via Nazionale, rifletto insieme alla mia amica sul fatto che Giselle possiede davvero al suo interno tutti i tempi, gli incanti, gli struggimenti della vita.
    E’ desiderio. Tenerezza. Tradimento. Scontro tra verità e immaginazione, tra purezza e inganno esistenziale.
    Non è un caso se certe opere attraversano i tempi e lasciano il segno. Mi piace ripensare a uno splendido Albrecht che risponde al nome di Rudolf Nureyev. Anche lui ha seminato nel mondo la testimonianza della sua eccezionale presenza. Ogni artista è davvero una stella blu che continua a brillare sul cielo di tutti.
    E’ al grande Nureyev e ai miei lettori che voglio dedicare le emozioni di questa serata all’Opera. Alla prossima, amici.

    (Si ringrazia Franca Zucca per il contributo ballettistico)

    Luigi La Rosa