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Ricercario
  a cura di Luigi La Rosa


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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Una settimana, un evento:
    Leopardi e Roma

    nella verde atmosfera di Villa Torlonia
    un’esposizione sulle tracce
    delle suggestioni, delle cifre interiori
    e della scrittura leopardiane

    i dipinti di Giovanni Schiaroli
    ispirati al celebre poeta marchigiano
    e introdotti da Enzo Carli,
    nella cornice scenografica e naturalistica
    curata da Pina Passigli


     Cari amici

    E’ già pomeriggio inoltrato quando supero i cancelli di villa Torlonia, dopo esser stato scaricato dal 62 lungo via Nomentana.
    Roma, nella luce rossobruna del viale che mi lascio alle spalle, è già una città pienamente autunnale. I suoi colori sono il marrone, il grigio, l’azzurro languido, soprattutto sul finire del giorno.
    Dentro la villa, invece, mi accoglie il verdenero della foresta, del bosco, la quiete ventosa della pineta incontaminata.
    Intorno a me, qualche amante della corsa in tuta. Qualche lettore col suo romanzo tra le mani. Qualche coppia appartata. E in fondo agli alberi, la deliziosa Casina delle Civette coi suoi comignoli aguzzi, gotici, aperta per l’inaugurazione della mostra alla quale sono stato invitato a prender parte, visibile fino al 10 di ottobre, dopo la recente esperienza parigina inserita nel gemellaggio culturale tra il nostro Paese e la Francia.
    Giacomo Leopardi è prima ancora che un grande poeta, la suggestione di un ricordo, un’età, una stagione della vita. L’adolescenza.
    Chi di noi non ha pianto, sognato, non si è calato completamente nelle delusioni, i rancori, gli struggimenti del più amato cantore di ogni tempo?
    Leopardi è un nome ma soprattutto la sensazione di un messaggio che ci tocca dentro. Il ricordo di un preciso periodo della nostra esistenza.
    Per me Leopardi è stato la Sicilia, la rabbia verso radici che ancora oggi sento inadeguate, la città di Messina dove sono nato e cresciuto, i banchi dell’istituto tecnico industriale sui quali, nelle rare perciò preziose ore di letteratura italiana della professoressa Trapani, scoprivo ciò che avrei fatto realmente della vita. Quello che mi avrebbe salvato dalla noia o dalla disperazione.
    Giacomo Leopardi lo ritrovo anche nelle tele di Giovanni Schiaroli, dopo aver percorso la salita che mi conduce allo spiazzo liberty della Casina delle Civette. E’ il modo in cui la spatola distribuisce nervosamente il colore sulle tele, come ci arrivano gli umori, le densità, quasi di graffio. I grumi che sanno narrare magistralmente i sentimenti dell’animo umano, che come i sentimenti sono in grado di scuotere l’osservatore, invitandolo alla riflessione, all’emozione, alla commozione.
    Come ha sottolineato Enzo Carli nell’introdurre la mostra, la pittura di Giovanni Schiaroli consente all’osservatore di effettuare un viaggio dentro l’intera gamma dei sentimenti del poeta marchigiano, cogliendone tutte quante quelle sfumature emotive e psicologiche che l’hanno reso grande: il senso della solitudine, dell’amore negato, della malinconia, dell’incanto degli spazi, della magia del vivere, dell’incombere della morte.
    Alcune di queste tele parlano del viaggio del poeta nella capitale, e della delusione provata davanti a una città gigantesca, di rovine, che però, alla fine, riesce a spaesare l’artista, confondendolo nel brulichio dei tempi. O sono l’espressione selvaggia del mondo, dei suoi dominî, delle stagioni, dell’inverno che tutto imbianca e che su tutto s’impone.
    Altre, invece, sono l’omaggio innamorato ai paesaggi campestri delle migliori pagine recanatesi, a quei personaggi desiderati e mai posseduti come Silvia o la donzelletta che torna sola sola dalla campagna.
    C’è sempre il mistero della parola, l’intreccio del colore che diventa cifra, messaggio, contenuto, elaborato dai tratti e dagli innesti.
    La meraviglia è che si tratta di un mistero che tutti comprendono, che a tutti parla chiaro, che vuol lasciare dietro di sé segni ponderanti.
    Elementi poi ribaditi dal concerto dell’Ensemble “Paris qui chante” con Cesare Nissirio, Paolo Rozzi e Giovanni Truncellito.
    Esco dall’esposizione pieno di risonanze e sensazioni, come sempre mi capita in queste occasioni. Mentre recupero la via di casa, in attesa dell’autobus che mi riconduca in centro, mi soffermo sulla legge silenziosa che incrocia i destini e accende la creatività degli uomini. Soprattutto due uomini possibilmente tanto lontani nella storia e nello spazio. Uno, poeta. L’altro, pittore.
    Salgo su un autobus affollato, mi siedo all’inizio dei posti (come faccio di solito, chiuso nel mio mutismo da itinerante) mentre i versi dell’eterno smarrirsi tornano alla memoria come un miracolo.
    “E il naufragar m’è dolce in questo mare” direbbe il poeta. E’ così che mi sembra di sentire. Roma è ancora più bella, più divina, nelle luci sfumate della sera. Il suo silenzio, qualcosa di prezioso, da conquistare.

    Luigi La Rosa