Ricercario
di Luigi La Rosa
Una settimana, un evento:
la Mala Educación
arriva nelle sale italiane
il nuovo film di Pedro Almòdovar,
con Gael García Bernal, Fele Martínez
e Daniel Giménez Cacho
storia di formazione e di scoperta,
ma anche di violenza,
d'amore negato e morte,
il film conferma il talento
di un regista che lascia il segno
Cari Amici
Una telefonata nel tardo pomeriggio. Un rapido accordo. L'appuntamento è dunque confermato. Vado a vedere il nuovo film di Pedro Almòdovar.
Arrivo in piazza Cavour e scopro, come sempre mi capita, di essere in scandaloso anticipo. Decido di fare quattro passi. Il cinema sta su uno dei lati della piazza. Al centro, un gruppo di statue monumentali, illuminate da fasci di luce che a intervalli più o meno costanti mutano intensità e colore. Rosso-notte, giallo elettrico, verde oltremarino. Intorno, i palmizi di Roma oscillano in questo autunno indeciso. Per strada, le macchine s'incrociano prima di sparire in direzione di Castel Sant'Angelo.
Un primo caffè al baretto all'angolo. Il secondo decido di prenderlo prima di tornare a casa, all'uscita dal cinema.
Il film che andiamo a vedere è già al centro delle polemiche e porta il nome di un regista che per me è un autentico culto.
"La mala Educación" di Pedro Almòdovar.
Ignacio è un ragazzino che trascorre la propria adolescenza in un collegio spagnolo degli anni Sessanta. Intelligente, acuto, aggraziato, fin troppo sensibile per sfuggire alle attenzioni di padre Manolo, il sacerdote che abusa di lui e che farà di tutto pur di comprare il suo silenzio.
Ma Ignacio cresce, cosciente dell'amore per il giovane Enrique, e un bel giorno capisce improvvisamente che il suo silenzio ha un valore. Ignacio è un transessuale tossicodipendente bisognoso di soldi. Ignacio sente che deve necessariamente riscattare le umiliazioni e le violenze subite. Decide allora che è giunto il momento di vendicarsi, e minaccia l'ex sacerdote di confessare ciò che è accaduto tra di loro in un racconto che sta per dare alle stampe.
A questo punto, interviene sulla scena anche il fratello Juan, giovane attore rampante, che intraprende, col sacerdote ormai libero dal suo ruolo di guida spirituale e definitivamente lontano dalla chiesa, una relazione dagli esiti tormentati quanto colpevoli. Il racconto delle vicende di Ignacio si svolge su due piani paralleli: il ricordo del passato e la finzione prodotta dal film che Enrique, l'ex amante divenuto finalmente regista, ha deciso di mettere in scena.
In conclusione, a imporsi gradualmente su tutto, lasciandoci in bocca l'amaro della vita, l'omicidio finale del povero Ignacio, vittima di un complotto squallido quanto narrativamente necessario e azzeccato.
Questa, per sommi capi, la vicenda. E non so cosa sia ad affascinarmi di più in Pedro Almòdovar, cari lettori. Se la capacità di fondere luci, suoni, colori, modellandoli come in una magnetica opera d'arte o la complessità letteraria delle sue storie, il livello parossistico degli intrecci e delle trame.
Tra i registi che conosco e che stimo, forse è uno di quelli più capaci di trasformare una vicenda, una semplice storia d'amore, in un capolavoro assoluto e durevole dell'immaginazione.
Anche stavolta, le musiche sono stupende, coinvolgenti, e s'impongono come dal di dentro del racconto stesso.
Vivaldi in primissimo luogo. Che si mescola, in un salto di secoli a mio parere geniale, alle note più immediate e variopinte di "Un cuore matto".
I colori sono quelli di sempre: forti, decisi, incisivi, passionali, capaci di far risaltare dal buio di uno sfondo caravaggesco, i volti e le geometrie dei corpi.
Un unico appunto: rispetto alle opere precedenti, il film manca in più punti di armonia, la costruzione della vicenda non scorre come dovrebbe.
Tuttavia, è anche questo a rendere grande l'arte di Pedro Almòdovar. Il non preoccuparsi troppo di nascondere le impalcature, gli scheletri portanti, le strutture che sostengono ciò che ci piace, ci rapisce, ci fa evadere con la fantasia. Il cinema è soprattutto questo: vita nella vita, storie nelle nostre singole storie di spettatori, colore metafisico innestato al colore dei giorni.
Esco nella notte romana squassata dall'acquazzone. Non c'è vento, ma diluvia. Dall'interno, non pensavo stesse piovendo in questo modo.
Ho il tempo di trovare riparo in fondo a un bar, prima che possa sperare di riprendere la via di casa. Mezz'ora dopo, sono sano e salvo nella mia camera, a fissare l'acqua che scivola con lunghe lacrime sul vetro della finestra. In fondo, siamo storie in una storia più grande, che ci appartiene, che ci scrive ogni giorno.
Ripenso un po' alla vicenda di Ignacio e di Enrique, a tutte quelle esistenze che lasciano qualcosa di più di un semplice ricordo.
Il mistero della vita. Grande Almòdovar.
Buonanotte amici.
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