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Ricercario
  a cura di Luigi La Rosa


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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Una settimana, un evento:
    una testimonianza
    per Susan Sontag



    la grande scrittrice americana
    scompare lasciandosi dietro
    un successo internazionale
    di pubblico e di critica
    e diciassette stupendi romanzi
    che restituiscono ai lettori
    il senso di un incanto
    legato alla storia e al vissuto

    da sempre impegnata
    negli ambiti della cultura
    dei valori, dei diritti umani,
    nelle sue pagine ci consegna
    il ritratto di un universo
    contraddittorio ma poetico,
    visionario, figlio dei nostri giorni


     Cari amici

    Buon anno da Ricercario, ovunque vi troviate. Appena tornato in capitale, riprendono le lezioni di scrittura, i consigli, i suggerimenti letterari.
    Anno difficile, questo duemilacinque, che si apre con perdite sicuramente incommensurabili: da una parte il disastro del Sud-Est asiatico, il dramma delle vite umane strappate dall’onda maledetta. Dall’altra, consentitemelo, la perdita di una scrittrice tra quelle che maggiormente hanno contribuito a creare, arricchire, plasmare il panorama delle mie letture adolescenziali: Susan Sontag.
    Ne apprendo la morte per malattia in una sera di pioggia e vento, nella mia casa di Messina, davanti allo schermo di un televisore che di colpo assume un nuovo, misterioso potere.
    Dal palazzo di fronte giungono gli echi chiassosi di una serata di festa, di gente che gioca a carte, perlopiù ragazzi. Nel silenzio della camera dove mi trovo, la notizia del distacco incombe ancora più cruda, più irreale, più straziante perché sottolineata dal frastuono dell’atmosfera festiva.
    Non mi pare possibile. Susan Sontag se n’è andata, per sempre. In un attimo balzano agli occhi le immagini de “L’amante del Vulcano”: la dolce eleganza di un mondo ancestrale, abitato da forze oscure e contrapposte, viziato da lirismi intimi e incontenibili, da passioni dominanti, che restano a testimonianza di una realtà lontana, risucchiata dai tempi.
    Ripenso alla vita della grande scrittrice americana: ai suoi saggi, alla lucidità con cui affronta il tema della fotografia, con cui s’interroga sui grossi mali del postmoderno. Il pomeriggio seguente mi tuffo in libreria, nell’aria rarefatta del Natale che incombe come una maledizione, e riesco a recuperare l’unica copia in giacenza di “In America”, uno dei suoi ultimi lavori tradotti nel nostro paese.
    Mi chiedo perché la pubblichino tanto poco – perché, escludendo i saggi, dei diciassette romanzi che ha consegnato ai lettori americani possiamo leggerne solo due, tre, lasciando il resto a chi padroneggia l’inglese.
    Quindi, m’inoltro nella fredda sera invernale, una delle ultime dell’anno, aspettando che la parola operi il suo miracolo, e che la magia delle pagine si porti il dolore sincero della morte.
    Susan Sontag non se n’è andata davvero, gli scrittori non lo fanno mai in maniera definitiva. Rimangono dentro le immagini, nel suono delle loro frasi, nella forma ideale delle loro strutture. Restano, proiettandoci nel futuro della loro immaginazione. In quel luogo, se sappiamo ascoltarli, loro sono con noi, ci completano ancora. Loro sono noi.

    Il viaggio che compio insieme a Maryna, a Bogdan e Ryszard, i giovani protagonisti della storia, è sicuramente paragonabile a quello dell’altra sua opera - per suggestioni, bellezza, forza emotiva, profondità dello sguardo.
    Stavolta non sono i fasti del mondo classico a incantarmi, ma le vicende tardo-ottocentesche di una delle massime attrici polacche trapiantate nel nuovo mondo.
    Maryna ha abbandonato il successo della sua terra per cercare una vita nuova, comunitaria, altrove. In quella fattoria dove ogni giorno bisogna trovare la forza per lottare, resistere, inventarsi una continuità.
    Il suo amore silenzioso per il marito si contrappone alla focosa passione per Ryszard, che la segue con fedele ammirazione ma pure con tenace insistenza, e che alla fine riuscirà a conquistare – anche se solo per una stagione – il suo cuore indurito dal dolore.
    Le pagine sono l’incalzante ritratto di un’esistenza sempre in lotta per dar forma al proprio talento, alla vocazione di recitare, perché per Maryna salire sul palcoscenico significa fuggire comunque da una vita difficile, dalla sua condizione di donna emarginata, e affrontare sempre nuovi ruoli, trovare il coraggio di sentirsi finalmente libera, indipendente, padrona di quelle esistenze che si trova a rappresentare – quindi vivere, far sue.

    Chiudo il romanzo – impareggiabile per ricerca storica, per originalità di struttura (questo suo giocare con gli “io” narranti, intercalando al racconto cronologico degli eventi gli interventi dei protagonisti, le pagine dei diari, le lettere che scrivono a chi è rimasto in patria) – e torno come spesso mi accade in queste notti siciliane allo schermo del televisore mormorante.
    Mi rendo conto che erano mesi che non lo accendevo. E so che è solo a tarda notte che riesco a sopportare ciò che propone.
    E’ un tuffo al cuore quando vedo apparire ancora una volta il nome, seguito dal viso, dal bel volto pallido di Susan Sontag.
    Dietro di lei, riconosco una città che amo, che rappresenta la spiritualità più eterea, meno corporea, dell’arte stessa: Venezia.
    Ne respiro il silenzio, il grido lacerante dei gabbiani, il gelo che avvolge la laguna – una sensazione che mi ricorda le celebri pagine di Brodskij.
    La scrittrice – in uno dei suoi filmati, forse uno degli ultimi – parla del rapporto con la morte. Davvero commovente. E’ così che voglio ricordarla. Così che voglio pensare a lei nel riaprire quelle pagine che solcheranno il tempo, tra le cose migliori di questo ultimo cinquantennio. Come si dice in simili occasioni – la terra le sia leggera.

    Luigi La Rosa