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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Una settimana, un evento:
    "Cuore sacro"
    di Ferzan Ozpetek

    dall’acclamato regista
    delle “Fate Ignoranti”
    una nuova, bellissima storia
    nel segno della spiritualità
    e della ricerca interiore

    una vicenda coraggiosa
    che contrappone
    le realtà dell’anima e della vita
    alle dittature del facile consumo
    e agli asfissianti capitalismi
    dei giorni nostri


     Cari amici

    Nonostante gli irrinunciabili impegni di lavoro in Sicilia, non potevo in alcun modo ignorare l’uscita di “Cuore sacro”.
    Non dopo i precedenti film di Ozpetek, dopo la magia del “Bagno turco”, dopo la commovente testimonianza de “Le fate ignoranti”, dopo le drammatiche emozioni de “La finestra di fronte”.
    Ciò che abbiamo visto, amato, apprezzato, c’induce a tornare a parlare del grande regista italo-turco, che sceglie Roma come sua città del cuore e luogo d’ispirazione dei suoi percorsi.
    In questo, confesso di sentirlo molto simile a me. Alle mie scelte. Al mio modo d’intendere e sentire la vita. Mi pare di comprendere perfettamente ogni emozione scritta sulla pellicole dei suoi lavori. Emozioni che cercano di indicare traiettorie, possibili visuali dello sguardo verso cui lanciare la propria impronta esistenziale.

    Sera inoltrata di una ventosa domenica di febbraio. Una sera siciliana come tante. In compagnia di un amico, raggiungo l’affollato ingresso di un cinema messinese.
    A ogni nuovo film di Ferzan Ozpetek è sempre la stessa folla brulicante. La stessa fame di sentimenti, di consapevolezze da tramutare in racconto, in interrogazione, in messaggio.
    La sala nella quale assistiamo alla proiezione di “Cuore sacro” si trova al quarto piano di un palazzo di recente costruzione, con vetrate che aprono la vista al mare, immenso intorno al pilone del faro.
    Facciamo appena in tempo a prender posto, che le luci si abbassano e le musiche cominciano. Riconosco le strade, i quartieri, i luoghi di una città che ormai sento mia.
    Roma, sempre la stessa incredibile città, che torna in queste avventure dell’anima e afferma le motivazioni di una ricerca piena di poesia e suggestione.
    La Roma del Rione Monti: da via dei Serpenti a via Cavour, con di fronte la splendida rosa del Colosseo – quella Roma che Ozpetek ci racconta attraverso la discesa agli inferi di Irene Ravelli (BarboraBobulova), la giovane imprenditrice protagonista della storia.
    Una Roma luminosa, notturna, alquanto astrale, vergata su un reticolo di luci e ombre che si dilungano, come una vasta sinfonia mediorientale, per l’intera durata del film.
    La Roma bene dalla quale, a un certo punto, la protagonista desidera prendere le distanze. Per cercare altrove. Per cercare se stessa. La verità che si nasconde sotto la pelle rugosa del quotidiano.
    Una città che sente giusto regalare ai poveri della terra, semplici di spirito pieni d’innocenza e attese.
    A guidarla nella graduale presa di coscienza, la giovane Benni (Camille Dugay Comencini), strappatale da un incidente stradale, lasciandosi dietro uno strascico di risonanze e dolore.
    Sarà il ricordo dell’amicizia finita che in qualche modo spingerà la bella protagonista a un faccia a faccia brutale e definitivo con la vita, le passate responsabilità, la difficile memoria di una madre alienata, liberandola da un universo ipocrita e avvicinandola alla sacralità del vivere. Ad affiancarla nel suo tortuoso cammino di rivelazione, un sacerdote che conosce le dure leggi della povertà e del fallimento (l’espressivo Massimo Poggio).
    La discesa di Irene è un tuffo visionario e delirante nelle viscere della realtà. Un tuffo, un affondo che non conosce mezze misure, che procede fino alla spoliazione totale di qualsiasi bene, fino all’annullamento di sé in chiave altruistica. Che produrrà quella meravigliosa totalizzante presa di coscienza capace di cambiare non soltanto la vita della ragazza, ma quella di quanti le stanno intorno, sconcertati dal suo atteggiamento.

    “Cuore sacro”, scritto dal regista insieme a Giovanni Romoli e musicato da Andrea Guerra, è davvero un buon film, per la capacità di scardinare certezze, ribaltare punti di vista, innescare riflessioni profonde.
    Il mondo - quello dei ricchi, quello dei poveri. Un mondo che non ci piace, che vorremmo diverso nella sostanza come negli obiettivi.
    Un mondo uguale per tutti, aperto a tutti. Sarebbe magnifico ritrovarsi tra i poetici profili di questo mondo paritario. Sarebbe davvero bello.
    Ozpetek prova a edificarlo per noi con gli strumenti dell’arte sua, con il mistero di tanta buona musica, i colori che gli sono tipici.
    E la grande intuizione del regista è di rimanere al di fuori di qualsiasi steccato ideologico, qualsiasi chiesa, qualsiasi credo codificato.
    Pasolinianamente, si muove dietro alla verità laddove è l’uomo. Fuori da cattedrali, da moschee, da sette di vario genere e cultura.
    Laddove il dolore sembra segnare gli sguardi, dove le attese sembrano ricongiungersi in nome di una umanità antica, ancestrale, toccante.
    Bellissima la fotografia di Gianfilippo Corticelli, come riuscita l’alchimia del montaggio di Patrizio Marone.

    Usciamo dal cinema senza parlare. L’emozione che pesa nei miei occhi sembra aver contagiato pure il mio compagno di visione.
    Ci avviamo verso l’ultimo bar della notte ancora aperto. Gli sguardi di chi non trova pace, di chi si muove nell’oscurità indomita somigliano a quelli dei personaggi del film. Stessa disperazione, stesso bisogno di farcela.
    Ancora una volta, rifletto, vita e arte camminano di pari passo. E Ozpetek rinnova il miracolo di un talento che produce buoni frutti.

     

    In ogni uomo ci sono due cuori,
    e uno eclissa l’altro.
    Se riusciamo a ritrovare
    la luce del cuore nascosto
    capiremo che in noi c’è un cuore sacro.

    Luigi La Rosa