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Ricercario
  a cura di Luigi La Rosa


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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Una settimana, un evento:
    Petali di poesia
    per dire “no” all’orrore

    una riflessione di Ricercario
    sulle stragi dei giorni scorsi
    e un invito a tutti i lettori

    la poesia come provocazione
    contro gli orrori del sangue
    e i razzismi delle facili
    accuse xenofobe

     


      Cari amici,

    Giorni difficili.
    Giorni di sangue e di idiozie.
    Non possiamo ignorarli, né possiamo unirci al chiacchiericcio collettivo che scolpisce sentenze sul tavolo delle facili accuse.
    Mi riferisco alle drammatiche giornate di Madrid. Avrei preferito evitare di aggiungere parole al vento, ma ho sentito doveroso questo intervento.
    Ho sentito il bisogno di esserci, insomma.
    Da una parte il sangue innocente, dall’altra la solita stupidità razzista che non tarda ad abbozzare accuse abusate quanto il mondo - anzi contro i Sud del mondo. Quando cambieranno le cose?
    Ovunque follia, lettori miei.
    Follia che nasce dalla mancanza di sensibilità.
    Indifferenza che si perpetua nei confronti dell’altro da noi: altro per sesso per colore di pelle per età per religione per sentimento della vita.
    Altro-fantasma i cui tratti sembrano sfuggire a qualsiasi tentativo di comprensione.
    L’altro che molti evitano di guardare per la sola, stramaledetta paura di sempre: quella di vedere se stessi nell’arco triste di quegli occhi.
    Occhi, quindi, come cristalli incrinati delle proprie fragilità.

    Ricercario lancia qui la sua provocazione.
    La nostra, la vostra, amici settimanali.
    La provocazione di chi crede ancora nella bellezza.
    Proviamo a rispondere all’odio (l’odio che uccide, ma soprattutto l’odio che sentenzia, che giudica, che lancia misure d’allarme strumentalizzando la morte per le proprie vicissitudini politiche) con la poesia.
    Avete capito bene.
    La poesia.
    Quella cosa stupenda, piena di mistero, che il mondo pare aver dimenticato e che nasce mettendo in riga una parola dietro l’altra.
    Accendendo i sensi.
    Scrivetemi versi d’amore che siano il vostro tentativo personale di dire “no”, di urlare il vostro “no”.

    Mandatemi versi come petali di fiori.
    Versi di poeti laureati e versi di piccoli cantori della luce.
    Versi di scrittori amati e versi di perfetti sconosciuti.
    Verseggiamo la vita con parafrasi di tenerezza.
    Versatemi addosso la vostra voglia di reagire.
    Urlate pure.
    Ciascuno il suo petalo, ciascuno il suo contributo.
    La causa è di tutti, nessuno escluso.

    So bene che non basteranno questi versi a salvare le vite in pericolo né a restituire quelle falciate dal fuoco delle bombe.
    Mi pare che un poeta avesse cantato il suo amore per quel fuoco. E mi pare che fosse stato frainteso.
    I tempi ritornano, amici.
    Il paradosso si moltiplica.

    Restituiamo dunque un po’ luce con le parole.
    Troppo facile lanciare accuse contro questo o quel gruppo.
    Contro questa o quella religione.
    E rivangare così quello che poteva essere e che non è stato.
    Nel frattempo, l’uomo ha dimenticato la misura dell’anima.
    Quest’uomo, cari miei, il vostro Ricercario stenta a riconoscerlo.

    Sono qui amici e vi aspetto come ogni settimana.
    Dedico ai morti di Madrid questi versi.

    Luigi La Rosa

    Noi che sguazziamo i nostri piedi

    La morte ci bagna uno ad uno,
    e poi ci abbandona.
    E noi che sguazziamo i nostri piedi dalla riva
    abbassiamo la testa.
    Ma quando affoga qualcuno davanti a noi
    ci giriamo per contare quanti ne restano
    intorno.

    La morte è una folla troppo grande
    per la nostra chiesa,
    e la gente inonda la soglia e il sagrato
    e le strade intorno.
    La morte ci bagna la faccia per guardarla
    gocciolare dentro di noi.
    Poi ci lascia.

    (Adrian Grima, Lingue di mare Lingue di terra, Mesogea)