Ricercario
di Luigi La Rosa
Una settimana, un evento:
Contributo per Carmelo Bene

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Elisabetta Sgarbi e Antonio Pascale
ospiti della Casa dei Teatri
nella magica cornice
di Villa Pamphilj,
in occasione della mostra
dedicata al celebre interprete
del teatro novecentesco
riflessioni, letture, spunti
per mettere a fuoco la poetica
rivoluzionaria e impareggiabile
di un artista e un intellettuale
che ha saputo lasciare
l’impronta del suo genio
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Amici cari,
Quando varco i cancelli di Villa Pamphilj la prima sensazione che avverto è che davvero Roma non sia solo una città.
Penso che dietro i suoi bellissimi palazzi, dietro le sue storiche fontane, Roma faccia ancora aleggiare il mistero che la rende grande.
Una sorta di essenza muta, specialmente briosa, che nell’occhieggiare al passato non trascura il corteggiamento di un futuro incerto.
Una Roma magica, un po’ canaglia, sempre pronta a spolverare antichi splendori, ma altrettanto disposta a rimettersi in discussione.
Le immagini si affollano dentro la mente, sono ormai un vortice indistinto che mi accompagna mentre raggiungo la bellissima Casa dei Teatri, sull’interminabile distesa verde che stamani fa i conti con l’azzurro del cielo. Una giornata dedicata al genio di Carmelo Bene, di cui Bompiani manda in libreria, proprio in questi giorni, diversi testi.
L’elenco mi sembra eccellente - opere da non perdere, che costituiscono un punto di valore e di merito della nostra biblioteca.
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Sono apparso alla madonna
(pp. 159, edizione tascabile, 7 euro) |
Nostra signora dei turchi
(pp. 143, edizione tascabile, 7 euro) |
Vita di Carmelo Bene
scritta con Giancarlo Dotto
(pp. 422, edizione tascabile con foto a colori, 10 euro) |
A presentare i testi e ripercorrere i momenti salienti della carriera del più celebre attore italiano, Elisabetta Sgarbi e Antonio Pascale.
“Puntare su Carmelo Bene – spiega la Sgarbi, nell’illustrare le vicende dei testi presso la casa editrice milanese – ha significato in qualche modo vincere una scommessa importante nei confronti del lettore di oggi. I libri di Bene continuano a uscire regolarmente e a vendere, sono ormai un riferimento costante delle nostre collane e testimoniano un’attenzione da parte del pubblico di cui vado molto fiera”.
Contraddistinguono queste parole la sensibilità che da sempre anima il suo impegno editoriale, oltre all’acutezza delle intuizioni, al talento delle scelte. Elisabetta Sgarbi è davvero un’intellettuale attenta, che da anni assicura alla letteratura italiana momenti di profetica intelligenza.
Alla testimonianza del rapporto tra Bene e la Bompiani si sommano poi le memorie personali legate ai suoi incontri col maestro.
“Ricordo soprattutto quel sentimento d’inconsolabilità – aggiunge ancora la Sgarbi dopo aver descritto il destino dell’attore (ma anche dello scrittore e del poeta che Bene riuscì ad essere) nel difficile mondo dell’editoria – quello stesso sentimento che l’ha reso grande, a suo modo poetico, caratterizzando il suo rapporto con la vita e con gli altri”.
In arrivo tante nuove edizioni e persino un numero di “Panta” con testi inediti di Bene e cinque cd contenenti le interviste impossibili ad alcuni grandi scrittori del Novecento. Iniziative degne di lode e lungimiranti, che ci consentiranno di comprendere meglio l’uomo e di amare di più l’artista.
Alla bella introduzione iniziale hanno fatto seguito le parole emozionate di Antonio Pascale.
Scrittore, intellettuale, ma soprattutto discepolo e grande estimatore del maestro. L’emozione di Pascale si respira insieme alla voce di Carmelo Bene che ha appena smesso di uscire dagli altoparlanti disposti ai lati del gazebo. Una voce magnetica, ruvida, che sembra sovrastarci da una zona estranea alla realtà, tra la vita e le ombre della morte.
Dante, il Paradiso, le Rime. La voce del massimo poeta civile che sposa il sentimento esistenziale, colmandosi di senso.
“Per parlare di Carmelo Bene – dice Pascale – devo prima parlare di ciò che accadde personalmente a Freud, di passaggio a Roma, salito fino a San Pietro in Vincoli per visitare il celebre Mosé. Lo studioso fu colpito da un momento di abbandono che fu sufficiente a fargli capire che quella statua lo guardava. Davvero. Non era lui a fissarla, ma erano gli occhi di pietra che tentavano di scovare ciò che aveva dentro. Ebbene, all’epoca dei miei quattordici anni, su un vecchio televisore Grunding in bianco e nero, mi appariva per la prima volta Carmelo Bene e fu per me come una rivelazione. La stessa di Freud, intendo. Non ero io a guardarlo, ma lui, che continuava a osservarmi nel profondo, scoprendo la mia passione insaziabile per i marziani e la naturale alienazione legata all’età dell’adolescenza”.
Da allora, la vita di Pascale è cambiata. Ma costellata da nuovi incontri con Bene, che ha modo di ascoltare in vari teatri italiani, che incontra a Bologna, sotto la torre degli Asinelli, mentre l’attore dedica i suoi versi “non ai caduti” della terribile strage, “ma ai feriti”.
Le frasi dello scrittore casertano rapiscono completamente il pubblico presente: il silenzio si è fatto grande, tutti sembrano attendere l’epilogo al futuro di quel ragazzino di provincia che si prefigurava speciale.
“Ho sempre visto Carmelo Bene come l’esempio di un corpo che creava impaccio a se stesso. E’ su questo segno che va letta l’impronta della sua arte e del suo genio. La poesia, i suoi canti sono frutto di questo essersi volontariamente, poeticamente “danneggiato” in chiave prettamente artistica e antimoderna. A lui e al suo esempio devo, in parte, quella che è la mia poetica della ferita. Credo si tratti di una riflessione fondamentale, che ci coinvolge tutti, insegnandoci il senso di un’arte antiretorica e sostanzialmente civile.”
Amici, scivolo giù lungo l’affollata via delle Fornaci per tornare a casa. Nell’ora di punta, la folla sembra sciamare dalla parte alta della capitale.
Il Gianicolo, alle nostre spalle, si stende come un gigante che sta per addormentarsi sul fasto cittadino dell’orizzonte.
Ho in mano i tre libri di Bene, dove la scrittura segna la pagina, scavando tracciati di assoluta originalità.
“V’è una nostalgia delle cose che non ebbero mai un cominciamento.”esordisce Bene, al meglio del suo potere espressivo.
“Affondare la propria origine – non necessariamente connessa alla nascita, in terra d’Otranto è destinarsi un reale-immaginario”.
Mi bastano poche righe, per respirare la dimensione di un’arte totale, che ci lascerà dietro. E per salvare il ricordo di una giornata speciale, che mi ha regalato suggestioni e pensieri da difendere dal tempo.
Credo che dopo di noi rimarranno soltanto le algebre esistenziali delle rivoluzioni che avremo saputo condurre. In queste rivoluzioni – come Bene nel potere scorticante della sua parola – saremo ancora presenti, e in virtù del mistero, probabilmente vivi.
Luigi La Rosa |