Ricercario
di Luigi La Rosa
Una settimana, un evento:
"Diari"
di Sylvia Plath
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arrivano finalmente in Italia
i tanto attesi diari
della grande poetessa americana
pagine di vita e malessere esistenziale
filtrate da una scrittura ammaliante
che diventano radiografia spietata
di una natura geniale e tormentata
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Cari
amici,
Questa settimana parliamo di qualcosa di speciale. Qualcosa a cui tengo particolarmente. Ho qui con me le pagine dei "Diari" di Sylvia Plath, raccolti nell'edizione gli Adelphi (pp.434, 9.50 euro).
Un'occasione che andrebbe considerata un evento vero e proprio, alla quale decido di prestare spazio e attenzione.
Fin dalle prime righe, lettori miei, la sensazione è quella di addentrarsi in una vasta cattedrale, un immenso edificio del pensiero.
La luce è poca, si crede quasi di soffocare, non fosse per i provvidenziali spiragli che fanno ancora pensare a una possibile vita. Una vita liquida, che fluisce sotterranea, segreta, imprendibile. Ma presente.
Da questi spiragli, la scrittura della Plath trae la sua prodigiosa sostanza esistenziale, prima di arrendersi al rassegnato impeto della nevrosi e soccombere agli acuminati dettami del reale.
Cari lettori, la Plath è uno di quei poeti che ho amato da subito, la volta che mi capitarono sotto mano alcuni suoi versi indimenticabili, su un treno che mi riportava indietro da un viaggio in Ungheria.
Son passati sette anni, ormai. Ma ricordo ancora chiaramente un torcersi nero di pini nella notte, quel pallore di luna scarnificata come osso, e il martellare delle rotaie che pareva improvvisamente assecondare il respiro espressivo della poesia che leggevo. Al quale mi stavo inevitabilmente abbandonando.
Quei versi mi avevano già rapito in maniera totale, radicale, incontenibile. Da allora, ho seguito con attenzione le numerose vicende editoriali che in questi ultimi dieci anni hanno fatto della poetessa suicida un riferimento per migliaia di lettori in tutti il mondo. Insieme all'uscita di diverse biografie romanzate e l'annuncio di un film che ne percorrerà la difficile vita.
A far luce su questo estremo itinerario interiore e di scrittura arriva ora lo stupendo diario che l'amata autrice di "Campana di vetro" e "Il colosso" ha fedelmente tenuto per tutta la vita.
Leggere le pagine che questa settimana vi propongo significa scendere nel gorgo di una dolorosa immensità, perdendosi nei meandri di un labirinto senza scampo. Quel labirinto dal quale la poetessa non è riuscita a venir fuori, soccombendo al suo stesso, sofferto vitalismo.
L'11 febbraio del '63, a Londra, a soli 31 anni, dopo numerosi ricoveri in clinica e la separazione dal marito, l'affermato Ted Hughes, Sylvia Plath poneva fine alla sua esistenza con del gas da cucina.
La morte, in tal caso, arrivava come conseguenza naturale di una vita già pienamente consumata nell'intimità della riflessione e nell'oscuro ripiegamento del verso. Questa l'impressione che si ha nel leggere i suoi taccuini: pensieri, sfoghi, rivalse di una natura estremamente complessa, caratterizzata da un senso del dolore altissimo e una sensibilità scorticata, certamente poco adatta ai marosi del vivere e alle mute accettazioni del quotidiano.
E' come se la voce del poeta si muovesse tra le cose perdendo pelle e sangue. Come poi se da questa pelle e da questo sangue scaturissero una bellezza e un'intensità che rimangono il massimo atto estetico di una stagione umana bruciata anzitempo.
La sensazione che si trae da queste pagine non è mai di una carenza, semmai di una devastante sovrabbondanza emotiva.
Un impareggiabile corto circuito dei sentimenti, sublimati dalla volontà ossessiva di scrivere e lasciare il segno.
Il volume dei "Diari" contiene soltanto un terzo del materiale rinvenuto alla morte della Plath.
Il resto appartiene al fuoco che lo ha distrutto e all'esigenza di oblio che il marito ribadisce nella brevissima prefazione al volume.
In quel resto, mi piace pensare ci sia ancora uno spazio per i lettori di oggi. Un territorio delle preferenze letterarie nel quale ricrearsi da sé la propria Sylvia, il poeta sublime che ciascuno di noi ha amato, quello con cui ha condiviso qualche dolore di passaggio.
Ecco perché chiudo con la semplice raccomandazione di leggere quello che attraverso i taccuini l'autrice ha voluto trasmetterci.
La sua voglia folle di vivere e il terrore profondo della lunga notte che sempre s'impone alle cose.
Alcuni passaggi tratti dal volume
"Per me il presente è l'eternità e l'eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita. E quando passa, muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti. E' un po' come le sabbie mobili… senza scampo sin dall'inizio. Un racconto, un quadro possono far rivivere un poco la sensazione, ma mai abbastanza. Niente è reale, eccetto il presente, e io mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che anch'io me ne andrò. L'istante sublime, la fiamma che consuma arriva e subito scompare: sabbie mobili, sempre. E io non voglio morire".
"Stasera, prima di andare a letto, mi è venuta voglia di fare due passi: in casa, con tutto quell'ordine, l'aria era troppo viziata. Ero già in pigiama con i bigodini sui capelli appena lavati. Allora ho provato ad aprire la porta. Ho fatto scattare la serratura, quindi ho ruotato la manopola, ma la porta non si è voluta aprire. Seccata, ho ruotato la manopola dall'altra parte. Nessun risultato. Ho tentato tutte e quattro le combinazioni possibili della manopola e della serratura e ancora la porta resisteva, bianca, immobile, enigmatica. Ho alzato lo sguardo.
Attraverso il riquadro di vetro in cima alla porta ho visto un pezzetto di cielo traforato dalle punte nere e aguzze dei pini dall'altro lato della strada. E dietro gli alberi c'era la luna, quasi piena, gialla e luminosa. Di colpo mi sono sentita soffocare. Ero in trappola, con quel quadratino tentatore di notte sopra di me e tutt'intorno, ad avvolgermi in un intimo, soffice abbraccio asfissiante, la calda atmosfera femminile della casa".
"Com'è complesso e intricato il funzionamento del sistema nervoso! Lo squillo elettrico del telefono trasmette un formicolio di aspettativa alle pareti uterine; il suono della sua voce attraverso il filo, aspro, impudente, intimo, mi fa contrarre l'intestino. Se nelle canzonette si sostituisse la parola "amore" con "desiderio", ci si avvicinerebbe molto di più alla verità… Eddie, ho pensato. Quale ironia. Sei un sogno: spero di non incontrarti mai. Ma il tuo braccialetto è il simbolo del mio sangue freddo… la mia scissione della sera. Ti amo perché tu sei me… quello che scrivo, il mio desiderio di vivere molte vite. Nel mio piccolo sarò un piccolo dio. Sulla scrivania, a casa, c'è il racconto più bello che io abbia mai scritto. Come posso dire a Bob che la mia felicità scaturisce dall'essermi separata da una parte della mia vita, una parte di dolore e bellezza, per trasformarla in parole scritte a macchina su un foglio? Come può sapere, lui, che io giustifico la mia vita, le mie forti emozioni, le mie sensazioni, trasferendole sulla carta stampata?"
Luigi La Rosa
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