I racconti metafisici di Jimmy il pazzo di Carlo Trotta
(l'importanza del quartiere)
Sul palcoscenico solo una poltrona
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Sul palcoscenico solo una poltrona, guarda verso il pubblico un po' obliquamente. Il fondo è tutto nero, eccezion fatta per un pannello bianco, sul quale verranno proiettate diverse diapositive.
Si apre il sipario, e la poltrona è vuota, entra un anziano, il protagonista, tocca un po' il cuscino e poi si siede, guardando alla sinistra del pubblico, prende quello che si intuisce essere un telecomando e indirizzandolo davanti a se preme un bottone con forza e decisione. Sulla parete alle sue spalle compare una foto. È una foto artistica, moderna, un miscuglio di colori del quale non si capisce il significato. Il vecchio resterà immobile guardando davanti a se, dopo qualche secondo alle sue spalle al posto della foto comparirà questa scritta:
LA NASCITA
In contemporanea al cambio d'immagine inizierà una musica molto lenta, melodica, dal sapore antico.
Con voce roca, guardando sempre fisso davanti a se il vecchio inizia a parlare, e dietro di lui compaiono altre foto artistiche, un misto di opere famose e di invenzioni tutte dall'inequivocabile sapore moderno, tanto da riuscire a creare un contrasto tra la musica e le immagini, tra il vecchio e le sue stesse parole.
Vecchio (con voce roca): l'acqua eterna mi avvolgeva prima di sputarmi in questo mondo, mi cullava, mi nutriva e mi parlava. Mi preparava a suo modo a tutto ciò che avrei dovuto affrontare. Acqua, mia vera madre. Di acqua siamo fatti noi, e come acqua alla terra ritorneremo, per attraversare assieme il potere dei concetti. Acqua è tutto ciò che ricordo, acqua prima, e più nulla dopo. Persone senza età galleggiano in attesa, possibilità infinite fluttuano nell'aria, la nascita del tempo permette loro di incontrarsi. La gente vede in me una persona anziana, la gente non conosce il significato delle cose.
Il vecchio solleva la mano con il telecomando, questa volta con fatica, senza decisione, lo punta davanti a se, e con mano tremante preme il bottone. La musica cambia improvvisamente, quella lenta melodia antica diventa un emozionante walzer, un ballo trascinante. Dietro di lui compaiono foto di spiagge, di mare.
La musica continua in un crescendo di allegria, e le immagini di pesci, spiagge, cieli azzurri, si susseguono sempre più velocemente, fino a che dopo quasi due minuti, d'improvviso, silenzio, e buio. Tutto buio, tranne la foto di un cielo azzurro, proiettata alle spalle, immobile, una nuvoletta bianca si staglia in quel cielo con fare innocente.
Il silenzio è interrotto dal triste singhiozzare del vecchio, da un pianto strozzato in gola. Dopo qualche attimo di imbarazzo, il vecchio torna in se, con un paio di colpi di tosse schiarisce la voce, e inizia a parlare con una voce calda, bella. Ha perso quel sapore vecchio e roco che aveva prima, e il tono triste non ci evita di accorgerci del cambiamento.
Vecchio: Acqua, acqua. Io sono nato vicino al mare, e il mare per me ha un significato speciale. Starei ore a guardarlo, come da bambino, quella culla sulla spiaggia, quel sole, quei raggi azzurri a colorarmi gli occhi, quel odore di sale a forgiarmi l'anima. Il mare mi è entrato dentro, e ha dipinto il mio carattere forse più ancora che i miei genitori. l'infanzia, la solitudine, il mare…
Alla fine della parola "mare" la foto alle sue spalle cambia, invece del cielo e della nuvola c'è ora il mare, con uno scoglio che se ne affaccia. Il colore però è quasi lo stesso, come uno specchio il mare ci guarda. Il vecchio dopo qualche istante riinizia a parlare.
Vecchio (malinconico, lento): Come uno specchio il mare ci guarda. Il mare… Forse in altro tempo ero pesce, forse in altro mondo ero mare. (una lunga pausa silenziosa, in penombra si intuisce la nostalgica tristezza del vecchio, poi, d'improvviso, riinizia a parlare) Specchio, Specchio, eravamo tutti una sola anima come il mare è una sola acqua, in mille piccoli rivoli ci siamo dispersi, da mille diversi vizi ci siamo lasciati inquinare.
Nel silenzio che segue queste parole scorrono tre foto, una in bianco e nero di una persona molto anziana, segnata dal tempo, poi un cielo nuvoloso, grigio, poi, in contemporanea con l'inizio di un tuono, seguito dal rumore di uno scroscio di pioggia, sullo sfondo compare un casinò, pieno di gente accalcata ai tavoli. Il tuono e la pioggia vengono coperti da una musica moderna, veloce, pop.
È il caos della vita, sono i primi turbamenti.
Dopo un paio di minuti di musica il vecchio (in penombra, la luce è cambiata durante il temporale pop) parla. Io sono venuto qui senza sapere cosa mi aspettava. Io sono venuto qui senza intenzioni, né buone ne cattive, ed ero già atteso da mille aspettative. "non deluderci" "mi raccomando" Perché? Perché uno nasce e già deve qualcosa? nasciamo debitori con molti nostri simili, e si sono pure inventati un dio, al quale render grazie ogni sera. ma grazie di cosa? di cosa?Io le cose belle della mia vita me le sono cercate e guadagnate da solo, e per di più sono quelle che i mie genitori, il mio dio meno volevano facessi. Le cose vietate, così dolci, così belle. La libertà di sbagliare senza sapere che si sta sbagliando. La libertà di imparare da soli. Tutto questo ci hanno rubato, tutto. Il mio nome è Jimmy, Jimmy il pazzo per gli amici. sto seduto qui, su questa poltrona, guardo tutti voi (dicendo questo con lo sguardo copre tutto il pubblico in sala, spostando verso di loro la mano con il telecomando), vi guardo e penso. Penso che vi fregate tra fratelli, che lottate per vedere chi muore prima, che calpestate i deboli senza porvi problemi. Io vi guardo, non vi schifo ne vi ammiro, piuttosto vi temo. L'osservarvi è la cosa più importante, io sono solo una cellula morta di un organismo milioni di volte più grande di me. Io amo il pensiero puro, io sono pensiero puro.
Detto questo torna lentamente l'oscurità in sala, la musica monta, si alza lentamente il volume di un rock duro, che copre tutto, il vecchio sulla poltrona si intravede appena, approfittando dell'oscurità leva la parrucca, le finte rughe, ed è ora un cinquantenne, che parla con voce più ferma, che si muove con più energia.
Io sono tutto ciò che voi avete scordato di essere.
La logica vorrebbe foste voi ad interessarvi di me, a guardarmi, a interrogarvi, così da imparare tante, troppe cose. Invece voi non vi voltate a guardare il marciapiede, voi mi vedete e dura più la mia immagine sulla vostra retina che il mio pensiero nella vostra mente. Io sono l'unica vostra speranza, tutto ciò di umano che rimane ai padri del computer, e voi mi ignorate, come fossi un filo d'erba che cresce nell'asfalto.
La musica riprende in un crescendo di ritmo e di volume, assordante, moderna, techno. Sulla scena cala il buio più assoluto. dopo circa due minuti la musica inizia a calare lentamente. Sulla scena non c'è più né l'uomo ne la poltrona, la luce fioca proviene da due candele che sono comparse da dietro il fondale. La luce tremulante sembra commossa da quello che vede. La musica finisce, oramai si ode solo il pianto disperato di un bambino.
La culla è in primo piano, la dove era la poltrona poco prima. Il pianto è l'unico rumore, e non s'interrompe se non un istante per rifiatare. Dopo quasi un minuto, fuori campo, dentro un microfono, torna a parlare l'uomo di prima. la voce ora è pulita, da trentenne, ma triste, e forzatamente impostata. Parla, come fosse Dio.
Io potei decidere. O dimenticare tutto e venire su questa terra, o restare a galleggiare per l'eternità.Temo di aver fatto la scelta sbagliata.
Un tuono, un forte rumore improvviso fa da punto finale alla sua frase. Il pianto del bambino finisce insieme alla sua frase, dopo averla disturbata. Insieme al tuono viene il buio sul palco, e si chiude il sipario.
Il nostro punto di osservazione si alza, come se volassimo verso il soffitto del teatro. Guardiamo verso il palco chiuso e silenzioso, poi, continuando a salire, guardiamo verso il pubblico, verso la sala illuminata dove poco prima sedevamo.
Non ce assolutamente nessuno, e tutto ha un aria così immobile, così morta, da far sembrare che nessuno ci sia mai stato.
Il nostro pensiero è immobile come quella sala, ma dai nostri occhi sgorgano lacrime di tristezza.