La treccia di Ipazia
Stranezze, curiosità e aneddoti sparsi tra i libri e i loro autori
di Valeria Palumbo
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Valeria Palumbo, caporedattore dell'Europeo, conduce le video-dirette della Rcs libri e collabora con vari giornali e siti Internet. È tutor al Master di giornalismo della Statale di Milano. Ha cominciato a lavorare in televisione ed è stata a lungo nella redazione di Capital, per diventare poi caporedattore attualità e cultura di Amica e in seguito di Global FP.
Laureata con una tesi di storia delle donne, appassionata di arte, storia e letteratura straniera, è membro della Società italiana delle storiche.
Ha pubblicato nel 2003 un saggio, Prestami il volto (edizioni Selene) sulle compagne di artisti famosi, vincitore del premio Il Paese delle donne (2006). Nel 2004 è uscito Lo sguardo di Matidia (edizioni Selene), sulla suocera dell'imperatore romano Adriano e le matrone romane. Ha pubblicato per Sonzogno Le Donne di Alessandro Magno (2005), Donne di Piacere (2005), e La perfidia delle donne (2006).
Nel maggio del 2007 è uscito Svestite da uomo (Bur).
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Personaggi
da scoprire, citazioni nascoste, luoghi da ritrovare, nomi perduti
ed eccentricità d'altri tempi.
In questa rubrica troverete quello che a prima vista non salta agli
occhi dai libri, quello che permette di affrontarli da un nuovo punto
di vista, quello che li trasforma in occasioni per divertirsi, informarsi.
Ed esplorare il mondo.
Isabelle e il viaggio
Diceva. “Andrò da sola, fino alla morte”. Sapeva che essere donna, giornalista ed esploratrice, nel Maghreb, non le avrebbe reso la vita facile. Ma non si arrese mai: era magnifica e tormentatissima Isabelle Eberhardt. Ne parla un collega e amico, Roberto Giardina, di cui seguo da anni le appassionate ricerche storiche, soprattutto sulle donne. Giardina crede nella divulgazione, è convinto, come me, che la storia sia materia per tutti: basta saperla raccontare. E lo ribadisce con questi Itinerari erotici (tascabili Bompiani), in cui ridisegna le rotte dei viaggi internazionali in base alle storie di amore, sesso e passione di tutte le epoche. Così, nel capitolo dedicato al Vicino Oriente, arriva fino alla coraggiosa Isabelle. In realtà il personaggio non deve averlo colpito molto: la sintesi è a tratti troppo audace. Però emerge quest’incredibile ragazzina nata a Ginevra il 17 febbraio 1877. Era figlia di Nathalie Eberhardt, vedova del senatore e alto ufficiale russo Pavel Karlovich de Moerder, e, ufficialmente, di padre ignoto. Più che probabilmente, il papà era il convivente della madre, Alexandre Nicolaïevich Trofimovsky, ex precettore dei suoi figli, curioso personaggio di intellettuale e anarchico, che, per scappare con Nathalie in Svizzera (i motivi non furono solo sentimentali) abbandonò a sua volta moglie e figli. Isabelle crebbe colta, libera e decisamente trasgressiva: sin da ragazza amava vestirsi da uomo, scrivere e firmare con nomi maschili (anche se solo per farsi prestare ascolto). Nel 1897 convinse sua madre a seguirla in Algeria sulle tracce di un fratello arruolato nella Legione straniera. La madre morì subito dopo e lei, travestita da giovane beduino, prese a farsi chiamare Mahmoud e a viaggiare. Convertita all’Islam, fu ferita da un fanatico che non accettava i suoi costumi. Ma nemmeno con i francesi andò meglio, tanto che il processo seguito all’attentato, nel 1901, le costò il bando dall’Algeria. Sposò un ufficiale africano, Slimène, che tentò invano ti mettere in riga. Esplorò il deserto, si perse nelle notti delle città costiere, scrisse, studiò, amò. Tutto in eccesso. Sempre inquieta. Finché a fermarla fu la piena di uno uadi, un torrente in genere secco: morì ad Ain Sefra, in Algeria, nel 1904.
Lady Marozia o Lady Macbeth
Il titolo è bellissimo: Il libro dei libri perduti (Rizzoli). Dentro, il giovane autore britannico Stuart Kelly (1972) ci riserva scoperte sorprendenti e preziose. A volte, però, ci lascia un po’ perplessi perché parla di libri che persi non sono affatto: semplicemente non sono mai stati scritti. E a volte sceglie autori che per noi sono così minori da non apparire poi una grave perdita. A voler poi far proprio le pulci al libro, che merita senz’altro di essere letto, ecco che a un certo punto, a proposito di Ezra Loomis Pound, si cita “Lady Marozia, una signora oscura e pretenziosa che, nel X secolo, si era sposata per ben tre volte”. Curioso modo di ricordare Marozia, uno dei più straordinari e inquietanti personaggi femminili del Medioevo italiano. Marozia era nata nell’892 d.C. a Roma: la sua famiglia, di piccolissima nobiltà, si trovò quasi casualmente al centro delle più feroci lotte di potere che flagellarono in quel periodo l’Italia e l’Europa. In particolare Marozia e sua madre Teodora spinsero i cronisti a battezzare quel periodo della storia romana e della Chiesa “pornocrazia”, per aver influenzato più o meno direttamente la nomina di una dozzina di papi tra il 904 e il 964. E per averlo fatto con metodi non precisamente ortodossi.
Non è facile sintetizzare la sua carriera in poche righe: cominciò a 15 anni come amante di papa Sergio III, ex-amante di Teodora. Fra il 907 e il 910, ebbe un figlio che tutti attribuirono al pontefice e che come tale viene ricordato nel Liber pontificalis (divenne a sua volta papa col nome di Giovanni XI). Qualche voce popolare insinuava già allora il bambino fosse in realtà figlio del duca Alberico di Camerino e Spoleto, che Marozia sposò nel 915, alla morte del papa, o forse prima. L’aspirazione della ragazza, di far ottenere al marito la nomina a re d’Italia, si concretizzò quando il nuovo papa, Giovanni X, amante di sua madre, decise di affidargli la guerra contro i pirati saraceni. Non sazia, Marozia puntò allora alla corona imperiale ma una rivolta popolare, sobillata dal papa, provocò la morte di Alberico. Fuggita in esilio, Marozia tornò vittoriosamente con il suo nuovo marito, Guido di Toscana, al cui esercito aprì le porte di Roma. Uccisi papa Giovanni e suo fratello Pietro, fece quindi salire sul soglio pontificio il suo nuovo amante, Stefano VIII. Alla morte di Guido, Marozia sposò il cognato Ugo di Provenza (per farlo dovette inventarsi che Guido fosse un fratello bastardo), ma una rivolta scatenata dal suo stesso secondogenito la ridusse in prigionia e la condusse presto a morte. Lady Marozia? Ma sì, forse, la sua cattiveria non fu così diversa da quella di Lady Macbeth.
Marilyn sul lettino
Vengo messa in crisi dai “romanzi storici”: a meno che non conosca benissimo la materia, l’incertezza di quali siano gli elementi veri e quelli inventati mi mette sempre un po’ in ansia. Come se fosse un esame. Soprattutto se il romanzo è ben scritto e mi appassiona. Come questo Marilyn ultimi giorni ultima notte di Michel Schneider (Bompiani) che racconta, in modo addirittura ossessivo, il legame (solo in parte romanzesco) tra due personaggi reali, Marilyn appunto, e il suo ultimo psichiatra, Ralph Greenson. Il terapeuta rimase coinvolto nelle mille ipotesi sulla morte dell’attrice perché si sospettò che, ignorando una prescrizione di Nembutal dell’internista, le avrebbe dato, per dormire, un altro sedativo: un cocktail micidiale.
Marilyn fu presa in cura da ben cinque psicanalisti di grande fama, il che lascia un po’ perplessi sull’efficacia della terapia. Soprattutto colpisce che una di loro sia stata addirittura Anna Freud, la sesta e ultima figlia di Sigmund, nota soprattutto per i suoi studi sui bambini e l’unica ad aver seguito le orme del padre, oltre ad averlo assistito, nel lavoro e nella malattia.
Anna ebbe una vita lunga: nata a Vienna nel 1895, morì a Londra nel 1982. Tra le cose che più si ricordano di lei c’è la feroce polemica con psicoanalista tedesca Melanie Klein, che giudicava la terapia adatta anche ai bambini, utilizzando la tecnica del gioco. Anna è poi considerata la mamma della cosiddetta “Psicologia dell’Io”, che ebbe molta fortuna negli Stati Uniti. Anche in questo caso incontrò un acerrimo nemico: Jacques Lacan che sottolineava, piuttosto, l’importanza dell’Inconscio, del quale l’Io sarebbe solo un “sintomo”.
Non dev’essere stato facile essere la figlia di Freud, soprattutto perché, in barba a quello che si farebbe oggi, nel 1918, il padre la psicanalizzò. E la ragazza, poco appariscente e dal piglio mascolino, decise allora di fare il suo stesso mestiere (anche questo farebbe pensare alla scarsa efficacia della psicanalisi…). Il bello è che non si laureò mai: tutte le sue lauree (e questo in barba al ministro Mussi) furono ad honorem. Com’è difficile in realtà raccontare le persone: Anna non si sposò e passò la vita (54 anni) in simbiosi con l’amica Dorothy Burlington. Amore? Chissà: lei parlava degli omosessuali come “persone con anormalità sessuali”.
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