La treccia di Ipazia
Stranezze, curiosità e aneddoti sparsi tra i libri e i loro autori
di Valeria Palumbo
Dedicato a Ipazia
Poiché a volte serve anche un po' di ginnastica mentale, ci si potrebbe cimentare con una lettura impervia come le Enneadi di Plotino (a cura di Giuseppe Faggin nella collana Il pensiero occidentale, Bompiani). La verita è che nel proporvi Plotino, fondatore del neoplatonismo e l'inventore della dottrina delle tre "ipostasi" (i tre supremi principi della realtà: Uno, Intelletto, Anima), miro a ben altro. Ovvero a Ipazia, la sua allieva più celebre, insieme con il mistico Porfirio. Nel saggio non viene neanche citata nell'indice ed è un peccato. Ipazia, oltre che filosofa fu astronoma e matematica di primissimo piano. Ma, nonostante l'Unesco abbia varato, con una serie di istituzioni, un progetto internazionale per aiutare le donne-scienziato, che si intitola appunto Ipazia (www.womensciencenet.org), il suo nome è ancora semisconosciuto. Ci ha provato adesso un regista toscano, Francesco Tarsi, a ridarle un po' di notorietà portando in scena un testo di Mario Luzi del 1973, Ipazia, appunto. Trovarlo non è così facile: conviene chiedere informazioni alla Fondazione il Fiore di Firenze (www.fondazioneilfiore.it) che, per esempio, il 13 febbraio ha invitato Luzi a una curiosa cerimonia dedicata all'Olivone di Semproniano, olivo millenario distrutto da un incendio e oggi rinato dai polloni. Il testo di Luzi non è molto fedele alla storia, dimentica che il bel allievo Sinesio, qui distrutto dall'assassinio della sua maestra di vita e filosofia, in realtà morì prima di Ipazia, e, nonostante fosse sposato, si convertì al cristianesimo e accettò la carica di vescovo. Ipazia, che andava per le strade di Alessandria d'Egitto, a spiegare a chiunque lo volesse i filosofi greci, che diffondeva la matematica e insegnava l'astronomia, ma soprattutto dette prova di saggezza e misura, nel 415 (a 45 anni), fu denudata, torturata e uccisa dai cristiani, istigati dal vescovo Cirillo. Il suo corpo fatto a pezzi e bruciato in una chiesa. Nel sonetto a lei dedicato Pallada (Antologia Palatina) scrive: "Ipazia sacra, bellezza delle parole, astro incontaminato della sapiente cultura…".
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