La treccia di Ipazia
Stranezze, curiosità e aneddoti sparsi tra i libri e i loro autori
di Valeria Palumbo
I dervisci non solo ruotano
Libro difficile, la Via al sufismo di Gabriele Mandel (Bompiani). Ma da non perdere. Non solo perché quale che sia il nostro atteggiamento verso l'Islam, finché non lo conosciamo meglio sarà ben difficile esprimere giudizi corretti. Ma soprattutto perché, delle numerosissime varianti in cui si è suddiviso, il sufismo, ovvero la corrente mistica, è di sicuro la più suggestiva. Peccato che quasi tutti i maestri citati da Mandel siano per noi sconosciuti: mandare a mente i loro i nomi non è impresa facile. Tranne uno che, almeno gli appassionati di poesia, dovrebbero conoscere da tempo: Jalal ad-Din Rumi, poeta e mistico persiano, nato nel 1207 in Balkh (Khorasan) e morto nel 1273 a Konya (Turchia, da cui il suo nome: all'epoca l'Anatolia si chiamava Rum). Il padre, Baha'uddin Walad era un predicatore, giurista e un sufi (Rumi a sua volta fondò l'ordine derviscio Mevlevi); la madre di nobilissima famiglia. Nel 1219 su Balkh piombò il flagello mongolo, Gengis Khan, e la famiglia decise che era il momento di andare a fare un pellegrinaggio alla Mecca. Ovvio che, se in partenza era stato una sorta di viaggio last minute, non durò come i nostri: sulla strada del ritorno Rumi aveva già 21 anni e si sposò con la figlia di un amico del padre, Gawhar. Nel frattempo il sultano Ala'uddin Kaykobad, che risiedeva a Konya offrì al padre di Rumi una cattedra alla locale madrasa, la scuola coranica: Rumi si accodò, studio sotto la guida del padre (specializzandosi ad Aleppo e Damasco) e nel 1230 o 1231, alla sua morte, ne prese il posto. Ma la svolta fu nel 1244 quando Rumi, per seguire il suo amico e ispiratore derviscio Shams ad-Din Mohammad Tabrizi (personaggio molto singolare che pare vivesse in un'estasi perenne e che introdusse Rumi alla bellezza della danza, della musica e dell'arte), abbandonò famiglia, amici, studenti e fama. Shams venne allora allontanato perché non gli provocasse altri sconquassi, ma Rumi ci rimase così male che la famiglia fu costretta a farlo tornare a Konya. Di nuovo la situazione divenne insostenibile e Shams fu allontanato un'altra volta. Questa volta per sempre. Rumi passò il resto della sua vita a rimpiangere in splendidi versi mistici questo allontanamento e il probabile assassinio di Shams, nel 1246: 25.700 versi, tra i più belli mai scritti, un totale di oltre 3mila poesie, parole e racconti. Detto così sembra la storia di Achille e Patroclo. Senza contare che, nel 1249, Rumi ritenne di riconoscere nel suo studente Salah ad-Din Zarkub l'incarnazione di Shams. Invece i versi di Rumi sono dedicati a Dio, ma sono così struggenti, intensi e veri che si possono benissimo applicare all'amore tout court. Ed è quello che oggi normalmente facciamo, restituendo anche un po' di umanità alla sua storia. E soprattutto riscoprendo la sua grande tolleranza: "Ho visto Dio con gli occhi del mio cuore; gli ho domandato: chi sei? Mi ha risposto: te".
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