La treccia di Ipazia
Stranezze, curiosità e aneddoti sparsi tra i libri e i loro autori
di Valeria Palumbo
Riscoprendo Gyula
Nel suo bellissimo e spesso difficile libro Il vessillo britannico (Bompiani), il premio Nobel per la letteratura Imre Kertész cita nomi di scrittori non sempre a noi familiari: dallo scrittore Ernö Szep (testimone dell'Olocausto con The Smell of Humans) a Gyula Krudy. Peccato perché la letteratura ungherese è magnifica e oltre a Kertész e Sandor Marai ci sarebbero da scoprire ancora molti autori. In particolare Gyula Krudy ha scritto numerosi (e non tradotti) romanzi. Nato nel 1878 a Nyìregyhaza, che ancora custodisce le sue prime edizioni, e morto nel 1933, Krudy è, insieme con il pittore Gyula Benczur (1844-1920), la gloria della sua cittadina, che altrimenti si fa vanto delle sue sorgenti termali. Il padre era un avvocato proveniente dalla piccola nobiltà; nel 1893, cioè a soli 15 anni, Gyula pubblicò i suoi primi racconti e tre anni dopo andò a fare il giornalista a Budapest; entrò poi nel circolo intitolato a Sandor Petofi, il poeta del Risorgimento ungherese. Scrisse come un matto: più di 60 romanzi, 3.000 racconti e mille articoli di giornale. Nel 1930 ottenne il Premio Baumgarten e tre anni dopo morì. Forse il suo romanzo più bello è Ai miei tempi, pubblicato nel 1930, che esprime tutta la nostalgia per l'Ungheria dell'800 sotto il regime di Francesco Giuseppe che pure aveva violentemente represso la rivolta magiara del 1948. Una contraddizione comprensibile: il Paese era sottoposto all'Austria, anche se nominamente si trattava di una doppia monarchia, e gli ungheresi si batterono per l'indipendenza. Ma il crollo dell'Impero austriaco, provocò, oltre a una lunga decadenza, due dittature, una fascista, precedente alla Seconda guerra mondiale (devastante anche per l'Ungheria) e quella successiva comunista (che ovviamente Krudy non vide). In realtà il "mito asburgico" si ritrova in molti altri scrittori ungheresi, a cominciare da Sandor Marai. Di Krudy è anche Le avventure di Sindbad, da cui, nel 1971, il regista ungherese Zoltan Huszarik trasse un bel film e che rileggono in chiave ungherese la leggenda del marinaio mediorientale.
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