La treccia di Ipazia
Stranezze, curiosità e aneddoti sparsi tra i libri e i loro autori
di Valeria Palumbo
Magia sfrenata
Altro che mago Merlino. Perfino le vecchie e care streghe dei sabba appaiono nonnette innocue difronte alle Menadi o Baccanti, devote adoratrici del dio Dioniso, di cui racconta Massimo Donà nel suo interessante saggio Magia e filosofia (Tascabili Bompiani). Di loro Euripide ci ha lasciato un ritratto orripilato e orripilante nella sua tragedia Le Baccanti, scritto nel suo esilio in Macedonia. Eppure si trattava tutt'altro che di "riti da selvaggi": guarda caso perfino Olimpiade, la splendida madre del macedone Alessandro Magno, era una Menade. La parte più divertente del rito, supponiamo, era quella legata alle orge: l'oreibasia, ovvero il ritiro sul monte per celebrare l'orgia sacra. Quello più sconcertante lo sparagmos, la lacerazione della vittima sacrificale. Che in genere culminava con un pasto di carni crude. Magari anche umane. A tale proposito viene in mente la leggenda di uno dei più simpatici e sfortunati (per non dire imbranati) eroi dell'antichità: il dolce Orfeo, che si era andato a riprendere la moglie Euridice all'inferno ma non aveva resistito alla tentazione di voltarsi per controllare se lei lo seguisse e così, avendo violato l'ordine divino, l'aveva persa per sempre. Supplicare Caronte e restare sette giorni e sette notti sulle porte dell'Ade non aveva suscitato la pietà degli dei (non che sette giorni siano poi una follia), così il buon Orfeo se n'era fatto una ragione e se n'era andato in Egitto. Non in vacanza a consolarsi, ma a studiare la magia con i sacerdoti. Tornato in Grecia si scoprì una vocazione all'eremitaggio e soprattutto un'inspiegabile misoginia. Cercò di convincere gli uomini della Tracia ad abbandonare i culti sfrenati e votarsi all'astinenza. Ma soprattutto respinse le profferte sessuali delle Baccanti, che per questo, infuriate, lo uccisero, lo fecero a pezzi e lo gettarono nel fiume Ebro.
Tanta furia ha anche un'altra spiegazione: Dioniso avrebbe istigato le sue donne a punire l'indifferenza del bel musicista per i suoi culti. Rotolando rotolando, e soprattutto, come dice Virgilio, invocando il nome di Euridice, la testa di Orfeo giunse al mare fino all'isola di Lesbo, dove venne conservata, paradossalmente, nel locale tempio di Dioniso; la sua lira fu invece conservata nel tempio di Apollo. Dalla curiosa fusione del mito di Orfeo con il culto di Dioniso, nacque poi, verso il VII sec. a.C. l'orfismo, setta misterica che credeva, per esempio, nella reincarnazione.
|
|