La treccia di Ipazia
Stranezze, curiosità e aneddoti sparsi tra i libri e i loro autori
di Valeria Palumbo
Le catastrofi non vengono mai sole
Si legge tutto d'un fiato il nuovo libro di Mario Tozzi, Catastrofi (Rizzoli). L'argomento, certo, aiuta almeno quanto lo stile giornalistico. Difficile scegliere quindi un solo evento tra tanti "fatti". Salta però all'occhio una pagina di Ammiano Marcellino, che raccontava nelle sue Storie lo tsunami che colpì Alessandria d'Egitto nel 365 d.C. e che fece sentire i suoi effetti fino in Sicilia. La descrizione delle onde devastatrici ("…grosse navi si depositarono sulla cima dei tetti…") è efficacissima. La curiosità è che Ammiano Marcellino, giudicato da alcuni l'ultimo storico romano di valore, si trovò a descrivere anche la più catastrofica delle invasioni barbariche: quella degli Unni.
Ammiano nacque tra il 325 e il 330 d.C. forse ad Antiochia. Non sappiamo quando morì ma sappiamo per certo che nel 391 era ancora in vita. Per i tempi, un'esagerazione. I libri che ci sono giunti, chiamati Res Gestae, raccontano del periodo tra il 353 e il 378. Si definiva "un soldato e un Greco": apparteneva ai protectores domestici, una specie di cadetti, e quindi era nobile di nascita. Pagano, entrò nell'esercito da giovane, quando Costanzo II era imperatore d'Oriente, e fece il servizio militare sotto Ursicino, governatore di Nisibis nella Mesopotamia romana e magister militiae. Con Ursicino ne passò di cotte e di crude in varie battaglie; poi fu al seguito dell'imperatore Giuliano l'Apostata e alla fine approdò a Roma. E qui scrisse la storia dell'impero da Nerva fino alla sconfitta romana di Adrianopoli (378), il più grande disastro militare dell'Impero. Una catastrofe, appunto: calavano gli Unni, "quel fiume di uomini che non si era mai visto prima", racconta. Dopo Adrianopoli, gli Unni e i sottomessi Goti spadroneggiarono per i confini orientali dell'Impero, risparmiando stranamente solo Costantinopoli.
Ammiano Marcellino descrive con orrore e disgusto questa stirpe "poco nota alle grandi opere del passato [che] trascende qualsiasi misura per ferocia bestiale". Racconta che i maschi Unni, sin dalla prima infanzia, sfoggiavano terribili cicatrici sul viso. Erano le madri a procurarle con armi di ferro. Così il futuro guerriero si abituava al dolore. Ma soprattutto, dettaglio vezzoso, le ferite impedivano la crescita dei peli e, quindi, di una barba voluminosa, giudicata antiestetica.
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