La treccia di Ipazia
Stranezze, curiosità e aneddoti sparsi tra i libri e i loro autori
di Valeria Palumbo
Che direbbe Pico dei Pacs?
Ammetto che possa sembrare un pretesto. Ma leggendo il nuovo libro di Massimo Donà, Serenità (Bompiani), che, come tutti i saggi dell'autore ha il pregio di prendere la filosofia per traverso, l'occhio mi è caduto sulle pagine dedicate a Giovanni Pico della Mirandola. E questo per tre motivi: il primo è che ha scritto un saggio dal titolo molto eloquente, Discorso sulla dignità dell'uomo, nel quale, come ricorda Donà, Pico parla della natura "multiforme e cangiante" dell'uomo. L'orazione, scritta nel 1486, è da sempre considerata una sorta di "Manifesto del Rinascimento" (trovate tutto, come al solito, non sul sito di una nostra Università, ma su quello di una statunitense: www.brown.edu/Departments/Italian_Studies/pico/).
Il secondo è che della sua vita si sa in genere poco e molti lo confondono con Pico de Paperis (che in originale si chiama invece Ludwig von Drake), il papero tuttologo.
Il terzo è che era gay e a scuola, come al solito, non ce l'hanno detto.
Giovanni Pico nacque il 24 febbraio 1463 da Giovan Francesco I e Giulia Boiardo, zia di Matteo, l'autore dell'Orlando Innamorato. Fu proprio la madre ad assecondare il suo desiderio di studiare e mandarlo all'Università di Bologna: aveva una memoria prodigiosa e imparava di tutto, dalla cabala alla letteratura araba. "Fin da ragazzo ho appreso a vivere contento dei miei libri, del mio riposo", avrebbe poi scritto Giovanni al nipote Gianfrancesco, "e, standomene appartato, non sospiro e non cerco nulla fuori di me". Dopo essere stato alla corte di Ercole I d'Este a Ferrara, Pico si trasferì a Padova, dove scoprì la filosofia. Nel 1484 si stabilì a Firenze, poi passò a Parigi, si recò a Roma, fu condannato per eresia e poi assolto e infine, il 17 novembre 1494, dopo 13 giorni di febbri misteriose, morì a Firenze.
Di lui in genere si racconta un episodio picaresco: il 10 maggio 1486, mentre era diretto a Perugia, rapì ad Arezzo una gentildonna, Margherita, moglie di Giuliano Mariotto de' Medici, e fuggì con lei a cavallo, seguito da tutti i suoi famigli. Gli inseguitori li riacciuffarono, uccisero quasi tutti quelli che erano con lui e lo arrestarono.
L'episodio è curioso perché, influenzato da Platone, Giovanni accettava l'idea dell'amore socratico tra uomini. Misogino come quasi tutti all'epoca, sosteneva che la "bellezza spirituale dell'animo, e dell'intelletto, la quale molto più perfetta si trova ne' maschi, che nelle donne", spingeva gli uomini ad amare qualche "giovane d'indole generosa". Nel suo caso fu il poeta Girolamo Benivieni (1453-1542), fervente cristiano e neoplatonico, che ricambiò con slancio l'amore di Pico. Il fatto che i due siano sepolti assieme in San Marco, a Firenze, può apparire in fondo strano ma non decisivo. Però Benivieni fu sul punto di suicidarsi quando Pico morì (oggi qualcuno sospetta di sifilide) e alla sua morte Savonarola, di cui era fervido seguace, disse che non poteva aspirare al paradiso, ma che avrebbe dovuto passare qualche tempo in purgatorio. Perché? Certo Pico faceva mostra (fin troppa) di castità e diceva di aborrire il matrimonio; ma viveva in una cerchia di omosessuali e sulla lapide comune in San Marco è scritto: "Afinché dopo la morte la separazione di luoghi non disgiunga le ossa di coloro i cui animi in vita congiunse Amore…". Altro che Pacs.
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