La treccia di Ipazia
Stranezze, curiosità e aneddoti sparsi tra i libri e i loro autori
di Valeria Palumbo
Lei così amata...
“Viviamo, mia Lesbia, e amiamo, e i rimproveri dei vecchi pedanti tutti insieme non stimiamoli un soldo…”. Grande Catullo, protagonista con Lucrezio, Cesare, Virgilio, Petronio e Giovenale del bel libro di Luca Canali, I cavalieri latini dell’Apocalisse (Bompiani). È uscito ormai qualche tempo fa, ma è un volume da tenere sul comodino e aprire nelle serate in cui sembra che intorno tutto si faccia cupo e un po’ volgare, che le parole siano solo quelle della tv e che, anziché troppi vecchi pedanti, girino troppi giovani rampanti.
Intendiamoci: nessun rimpianto di come andassero un tempo le cose. Anzi proprio Catullo ci offre l’occasione per parlare di Lesbia, nome fittizio di Clodia, l’inquieta e tanto vituperata amata del poeta.
Clodia gode di fama pessima. Ha avuto le sue responsabilità, ma noi siamo ancora vittime del veleno sparso a piene mani da Cicerone che la detestava, come odiava tutte le donne in gamba con cui ebbe a che fare, tranne farsi mantenere e aiutare dalla potente moglie Terenzia.
Clodia era nata nel 94 a.C. ed figlia di Appius Claudius Pulcher, console nel 79 a.C.; suo fratello, Clodius Pulcher, che pare fosse bello proprio come suggeriva il nome, fu il primo marito di Fulvia, futura moglie di Marco Antonio. Clodia sposò Quintus Caecilius Metellus Celer, di cui invece non sappiamo se era veloce come indica il nome e che fu console nel 60 a.C.. Mentre il marito era ancora in vita, Clodia, ormai trentenne (i romani vivevano in media una trentina d’anni) lo tradì: con Catullo, ventenne, ma anche con altri, come i versi di Catullo stesso denunciano. Per una matrona romana, giudizio morale a parte, si trattava di un gesto coraggioso: i mariti potevano, a Roma, far quello che volevano, le mogli rischiavano la morte o, quando andava bene, il ripudio. Anche se oggi come allora il problema è sempre lo stesso: ma con chi tradivano i mariti? Alla morte di Metello, Clodia, soprannominata Grandi occhi (per i romani gli occhi grandi e neri erano il massimo della bellezza), divenne l’amante di Celio Rufo, giovinastro a caccia di soldi che finì sotto processo per aver tentato di avvelenarla e derubarla (anche se lo stesso Canali ne parla bene nel romanzo Una giovinezza piena di speranze. Autobiografia di Marco Celio Rufo). Chi lo difese? Cicerone, che, nella Pro Celio, rovesciò l’accusa e affibbiò alla povera Clodia i peggiori epiteti. Dise che era stata l’amante di suo fratello (acerrimo nemico di Cicerone), la chiamò Clitemnestra e “quadrantaria”, puttana da quattro soldi. Rufo fu assolto. Da quel momento la trentottenne Clodia sparì dalla scena. Lei pure così amata…
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