La treccia di Ipazia
Stranezze, curiosità e aneddoti sparsi tra i libri e i loro autori
di Valeria Palumbo
Le (buone) ragioni degli altri
Che cos’è per noi l’Iraq? Anche se finalmente riusciremo ad andarcene, se verremo fuori da una trappola che gli italiani volevano a tutti i costi evitare, rimarrà credo quel sentimento misto di orrore e senso di colpa davanti ai corpi straziati: quelli degli iracheni, in numero infinitamente maggiore, e poi quelli dei soldati della coalizione.
Poi c’è il dolore psicologico. Tra chi soffre c’è ovviamente anche chi è andato lontano per sfuggire a Saddam Hussein e ora vede il suo Paese, anziché liberato, ancora una volta martoriato: come lo scrittore Younis Tawfik, di cui è uscito da poco il bellissimo romanzo Il profugo (Bompiani). Scritto in italiano perché Tawfik ha sempre amato la lingua di Dante, che gli appare, dice, come “la lingua della libertà”. Vi si racconta la storia di una famiglia irachena, tra guerre, dittatura e fuga in Occidente. Nelle famiglie ci sono i “buoni” e i “cattivi”, ma vi è prima di tutto quell’intreccio di affetti che non cambia con le latitudini e i luoghi. Andarsene vuol dire, ovunque, fare presto o tardi i conti con la nostalgia. Per esempio quando, all’improvviso, si leva da un registratore un vecchio “maqam” iracheno. Ma che cos’è un “maqam” (significa “luogo dove si sta”)? Non è facile spiegarlo con i parametri della musica occidentale, ma è più o meno una melodia-tipo basata su una particolare scala tonale. In qualche modo un canovaccio (si potrebbe pensare alle melodie del jazz) che ogni musicista può rielaborare e sul quale può fare variazioni. Le “frasi” del maqam sono intervallate da pause che fanno parte dell’insieme. Ai vari maqamat (il termine al plurale) si associa poi la ipa, il ritmo, che condiziona la metrica. Complesso? Certo, ma del tutto familiare al mondo arabo, dove ancora resistono alcuni maqamat del XII secolo (di sicuro però già si usava questo sistema alla corte Omayyade di Damasco nel VII secolo). Ogni zona ha poi sviluppato i propri: in Egitto, Iraq – che vanta una ricchissima tradizione musicale- e Siria, per esempio, le frasi tendono a essere più lunghe che nel Mahgreb. |
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