La treccia di Ipazia
Stranezze, curiosità e aneddoti sparsi tra i libri e i loro autori
di Valeria Palumbo
La vergogna
Già dalla prima pagina, che riproduce la lettera di addio di Aldo Moro a sua moglie cresce il disagio: il libro di Aldo Grandi, L’ultimo brigatista (Bur), è scritto benissimo, si fa leggere di un fiato. E fa male. Grandi, nelle prime pagine, racconta un episodio illuminante: quando seppe, sedicenne, del rapimento di Moro, accennò un moto di approvazione, vigorosamente contestato dal suo compagno di lavoro. Poi capì. Ma la “macchia” di quel debole, e poco ragionato, consenso gli è rimasta. Lo dice perché sa che la realtà di allora (come di oggi, ovvio) era complessa: che i torti stavano (e in numero consistente) anche dalla parte del potere che il povero Moro si era trovato a impersonare. Ma anche che la violenza stupida dei terroristi (spesso tutt’altro che stupidi) godeva di un consenso troppo in fretta rimosso. Oggi che i terroristi (e questa sì che è una vergogna) se ne vanno in giro come star a vendere i loro libri senza neanche contrabbandarli come un invito alla riflessione (ma c’è anche chi, per fortuna, ha scelto il silenzio), è forse importante riflettere su due concetti che non coincidono, ma a volte dovrebbero intersecarsi: la memoria e la vergogna. Ricordare è necessario, e Grandi ricostuisce benissimo la vicenda Moro. Vergognarsi altrettanto. Invece a me non viene in mente, ma vorrei sbagliarmi, che ci sia mai stato un figlio, una moglie o un marito di un/una terrorista che abbia pubblicamente dichiarato: “Mi vergogno di lui/lei”. In Italia la famiglia si stringe intorno ai pedofili, ai mafiosi, ai corrotti e ai corruttori, figuriamoci intorno ai terroristi. Mi è venuto in mente perché proprio in questi giorni la stampa spagnola ha riportato la notizia che la giornalista argentina Ana Rita Pretti Vagliati, figlia di un ufficiale torturatore della giunta dittatoriale di Videla, Valentín Milton Pretti, ha chiesto al tribunale (ma è stata l’unica a farlo) di non chiamarsi più Pretti. «Sono la figlia di un torturatore», ha dichiarato ai giudici, «per questo voglio cambiare nome e porre fine a questo lignaggio di morte. Non eccetto di essere l’erede di tutto questo orrore. I nomi sono simboli, e il mio è un simbolo oscuro, grondante di sangue e di dolore». Aggiungo altro?
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