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Speaker's Corner
 
Romanzo moltitudine
   a cura di Michele Rossi

INCIPIT di Michele Rossi

PRIMO CAPITOLO
  • Prima tappa
    di Giovanna Errico

    giovannaerrico@hotmail.com
  • Seconda tappa
    di Andrea Guano

    aguano@inwind.it
  • Terza tappa
    di Marco Saya

    poesiaoggi@yahoo.it
  • Quarta tappa
    di D.Dibitonto

    dibitonto.d@tiscalinet.it
  • Quinta tappa
    di Mirko Gagliano

    mirko@panet.it
  • Sesta tappa
    di Andrea Guano

    aguano@inwind.it
  • Settima tappa
    kstanzilli@libero.it
  • Ottava tappa
    di Marco Saya
    poesiaoggi@yahoo.it

    SECONDO CAPITOLO

    TERZO CAPITOLO

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  • Primo capitolo
  • Secondo capitolo
  • Terzo capitolo

    Diario di bordo



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    Romanzo moltitudine
    Romanzo moltitudine
    a cura di Michele Rossi


    Incipit di Michele Rossi

    Ma il sole.
    Già, dov' è finito il sole?, si chiede.
    La vettura, una Opel senza parafango, è parcheggiata ma puzza d'abbandono.
    L'aria è densa, i gas dolci stagnano nella gola. Un uomo si avvicina alla macchina, voltandosi indietro. Il suo passo è una corsa contratta. Si gira per verificare che non ci sia ancora nessuno.
    L'uomo, bianco, sui trenta, corporatura leggera ma non agile, si appoggia sul cofano della Opel opaca. Poi, reagendo a una ipotetica scarica elettrica, sobbalza.
    Il cielo è rosso. Quasi viola che sembra naturale.
    L'uomo apre il cofano. Beve da una bottiglia mezza vuota. Ha sete, una sete incredibile, scrosciante. Infila nella tasca posteriore dei jeans l'involucro di panno nero. Richiude lentamente. Poi ripercorre tutta la traiettoria intorno alla macchina.
    Il cielo morde i bordi dei palazzi. I palazzi diventano ombre ingombranti.
    L'uomo apre lo sportello ed entra. Prima di sedersi tasta bene il sedile di pelle cucita. Sembra cercare qualcosa. Trova un paio di occhiali che inforca. Si guarda allo specchietto retrovisore che mostra interminabili auto avanzare.
    L'uomo fissa davanti a sé. Poi sente la mano che gli afferra la gola.
    Pensa che è finita, ma le parole di lei gli dicono di stare seduto e attendere il momento opportuno. E lo morde con così tanta forza da lasciare tutti i capillari sul selciato. Si china su se stesso per il dolore e riesce solo a vedere la sua chioma bionda ondeggiare sul sedile posteriore. Parti, dice. Dove sai tu, ma non subito.


    Prima tappa

    Essere lì dove era in quel preciso momento lo faceva godere di un piacere sottile e violento. Lo sapeva.
    Lo sapeva che l'avrebbe ritrovata. Essenziale era attendere che l'oscurità ingoiasse gli ultimi lividi raggi di un giorno opaco. Un caldo gelido lo cullava dove la carne gli era stata strappata via, dove il suo sangue correva libero e liquido, prima di iniziare inevitabilmente a rapprendersi e a formare grumi. Per guarire. Perchè la carne vuole continuare imperterrita e sorda la sua corsa in questo mondo dannato.
    La folta capigliatura saltò sul sedile anteriore atterrando quasi senza peso.
    Avvertì nuovamente l'elettricità del suo corpo, quell'energia fulminante e incontenibile.
    Allora? Ce l'hai? La voce di lei ora un sussurro.
    Poi lo urla. Ce l'hai, cazzo?!
    Voglio vedere quello che hai preso. La mano di lei, dolce ora sul suo collo, pretendeva.
    La mente dell'uomo prese a correre, correre, correre senza fiato, correva voltandosi in ogni direzione,correva disperatamente verso un anfratto buio, un anfratto oscuro per confondere.
    Si aggiustò gli occhiali sul naso in un gesto automatico.
    Era nervoso.
    Potevano raggiungerlo. Potevano.
    Il quotidiano suicidio del sole era ben riuscito per l'ennesima infinita volta. Ma sarebbe ancora una volta riuscito a resuscitare per lui? Il violento e perforante odore di lei andava mutando trasformandosi in odore di carne macellata. O era la sua ferita? O la sua paura?
    Ma lei ora aveva bisogno di lui. Lui continuava ad essere essenziale per lei.
    Voleva bere e lasciarsi dietro quella città, quelle case, quelle grida.. via!


    Seconda tappa

    "Vuoi che prima ti faccia fare il giro della città?" tenta di ironizzare lui, non riuscendoci. Con la paura che ha addosso nel vedere tutto quel sangue che gli zampilla dal collo come l'acqua da un tubo spaccato, la sua voce assume involontariamente un'intonazione mesta, servizievole, da maggiordomo.
    Non fare l'idiota, Toni, abbiamo un'ora prima di partire, lo sai, gli dice la bionda abbandonandosi contro lo schienale della Opel. È vero, Toni lo sa: il volo Genova ? Napoli parte fra un'ora: un'ora di tribolazione. Peggio: un'ora di inferno. Per forza. Come si può stare tranquilli quando devi fare una consegna a Don Miccillo?
    Solo al pensiero di dover incontrare Don Miccillo, a Toni viene ancora voglia di bere. Possibile che da quelle parti non ci sia nemmeno un cazzo di chiosco di bibite, una fontanella?
    Gesù quanto son teso. Stai calmo, Toni. Tanto per cominciare potresti far fuori lei, la bionda. Già, per un killer come lui sarebbe uno scherzo da ragazzi. Piazzarle un bel foro al centro della fronte, e adieu bella mia. Ma Lisa è la donna di Don Miccillo, e se lui la fa fuori, papale papale che gli scagnozzi di Don Miccillo lo inseguirebbero perfino in Uganda. No, deve trovare un'altra soluzione.
    Non gli resta che andare all'aeroporto. Sempre che quella scassona di Opel parta. Gira la chiavetta. Strano: il motore si avvia. "Siamo fortunati" dice Toni. Ma ha la sgradevole impressione di parlare da solo.
    Adesso il cielo gli sembra giallo e verde; anzi, non solo il cielo: tutto gli sembra giallo e verde. Anche quando piomba in pieno traffico i colori non cambiano: gialla e verde è la strada; gialle e verdi le altre macchine, le facce degli autisti, i semafori. Per questo Toni procede cauto e di tanto in tanto rallenta, arrivando a volte al punto di fermarsi. Ma gli strombazzamenti degli altri autisti lo obbligano a proseguire.
    A percorrere il tragitto che lo separa dall'aeroporto impiega più tempo di una vecchia paralitica.


    Terza tappa

    Come è strana la vita, un tragitto che non sai mai dove ti possa condurre, soli o mal accompagnati, oggetti che circondano il vuoto...della tua forma, mezze parole fanno il resto, facce tonde,sfatte,grasse,siliconate, stupide ti accompagnano in questo viaggio e anche la macchina diventa il percorso delle tue incertezze, dune che talvolta ti bucano le gomme, e poi riprendi con la ruota di scorta, e poi la benzina, e poi l'usura, i freni ,la frizione e così ci decomponiamo, porca puttana! Il sole,l'alba, la notte anche se fredda, umida bagnata ci sarà sempre, io qui come un fesso con questa sporca donna, sporca la macchina, in questo cammino non voluto che affretta la morte di entrambi, futura polvere...alla polvere di qualche sparuto proiettile che ci spappolerà una volta giunti a destinazione!


    Quarta tappa

    Se io ora sparassi uno, al massimo, due colpi, risolverei, professionalmente la mia missione, leggermente fatto di coca potrei chiamarla mansione invece che missione, ma so...io so che così non è!
    Io so che oggi, al contrario di tutte le mie volte precedenti, il target finale, il bersaglio, si impone su tutta la mia missione, missione di cui, io oggi, non sono il protagonista ma l'esecutore; e questa degradazione di livello professionale mi crea tremito alla mia mano sinistra...quella che spara, visto che sono mancino.
    Le solite foto corredate dai dati freddamente soddisfacenti, tutti gli orari d'entrata ed uscita, casa palestra, la domenica pure la messa, ma li non mi sembra il caso, e poi? Poi, piccolo picccolo il nome, nome che non è obbligatorio conosacere, anzi...è meglio di no! ma io, maledetto curioso, lo leggo sempre velocemente e poi,altrettanto velocemente lo dimentico, ma stavolta no, stavolta ho paura! E non ho paura della pericolosità della missione, missione o mansione? No stavolta ho paura del nome del bersaglio finale, si chiamasse in un altro modo mi basterebbe uno sguardo per terminarlo, ma,purtroppo si chiama così, ed io ho paura.
    La paura, come l'adrenalina, fa parte del bagaglio positivo di uno come me, ma solo se è inerente al momento dell'azione con annessa reazione immediata, ma se la paura è post attiva, cioè coinvolge la mia vita dal bagno in vasca larga falso pulitore di una coscenza inesistente o peggio contrafatta? Cioè se la mia paura comincia li dove finisce la mia mansione?
    No! allora mi fermo un attimo, allora scelgo il mio destino con un rifiuto che mi portera al medesimo risultato solo che con mano diversa.


    Quinta tappa

    "Certo che guidi davvero bene!"
    E' un sussurro, poco meno di una imprecazione, poco più di un insulto. "Mi fa male il collo." la ferita ha smesso di sanguinare e ora brucia.
    "Smettila di fare lo stronzo: é tardi, finiremo col perdere l'aereo" L'aereo, sì: perdere l'aereo.
    "Senti..." cerca le parole, cerca un po' di tempo "Tuo..., no, scusa, Don Micillo forse non si aspetta quello che ho trovato."
    Lei sorride: "Cos'hai? Credi che non sappiamo quello che facciamo? Sei proprio un tipo strano!" il sorriso si gela in una smorfia crudele "devi fare una consegna, non é difficile, no? Devi solo fare questa stupida consegna!"
    Toni ha sabbia al posto della saliva.
    "Volevo dire che l'oggetto é al di sotto delle aspettative."
    "Ma delle aspettative di chi? Parcheggia e stai zitto!"
    Erano arrivati davanti al terminal dell'aeroporto.
    Luce spettrale, vento gelido, asfalto umido.
    "Insomma..."
    "D'accordo: se non sarà soddisfatto della consegna, Micci ti aprirà un bel sorriso nuovo nuovo sotto al mento, contento? Va meglio ora?"
    Toni inghiotte sabbia, scende dalla macchina, chiude la portiera, annusa l'aria e comincia a contare i passi.
    Poi, la disperazione, o chissà quale altra follia, lo ferma davanti alla porta di cristallo che si apre davanti a lui.
    "Don Micillo, però, potrebbe venire a sapere di noi."
    Sentirsi per un istante cattivo almeno quanto lei, che sensazione!
    La guarda esitare, intuisce i pensieri che, come un torrente in piena, travolgono la sua mente, li vede quasi dietro i suoi occhi travolgere la ragione e aprire la via alla paura, osserva le narici dilatarsi e una vena sulla tempia gonfiarsi, sente i muscoli che si irrigidiscono e la determinazione che cresce e riprende il controllo, neurone dopo neurone, fino alla memoria della RugerP85 che occupa un posto privilegiato, appena sotto l'ascella, premendo dolcemente contro la pelle nuda.
    "Sei morto!"
    Ma la voce si perde nel rumore infernale della realtà: i fari di una enorme Mercedes nera li inchiodano senza scampo.


    Sesta tappa

    I fari della Mercedes impietosamente puntati su Toni e Lisa formano un cono di luce del tutto simile a quella prodotta da un faro da palcoscenico che illumina i protagonisti della scena. Ma adesso non è concesso recitare; o meglio, la recitazione deve essere molto ma molto convincente. Altrimenti sono cazzi.
    Anche se i fari accecano impedendo di vedere bene, Toni distingue ugualmente le sagome di Cosimo il Giusto e Gaspare O'Scannatore, due dei tanti chierichetti di Don Miccillo: i più fedeli, quelli che officiano più messe, che per il don danno e fanno il culo.
    "'nasera, Lisa. Commandiamo?"
    Lisa ha la pistola in mano, ma loro non la vedono. Tutt'e due non hanno occhi che per Toni come se volessero scavargli dentro, perquisirgli il cervello. Per loro Lisa è come se non ci fosse.
    Toni prende in mano l'involucro dai jeans. Sa benissimo che fra un istante la sua animaccia potrebbe prendere il volo di sola andata verso l'inferno.
    "Piggghiavi l'aereo, Toni?"
    "Per fare prima, Gas, solo per fare prima," dice Toni cercando la voce che, vigliacca, si è barricata dietro alle corde vocali. Intanto si guarda intorno. Forse per via della febbre che ha addosso, quel posto gli sembra spettrale, l'anticamera del cimitero.
    "Non hai nemmeno chiamato al capo. E sì che lui è stato lì tutto ieri a aspettare una tua telefonata.. Cazzo, Toni, 'o sai chetti vuole bene comma un figghio. Cos'è, ti s'è scaricato il cellulare?"
    "No-nno, è che? diavolo, ragazzi, questa è una cosa delicata. Mica volevo fare il furbo."
    "E chiddice questo, Toni. Sali, va', si va in macchina. Anche tu, Lisa, vieni, ci facciamo una scampagnata. Eppoi l'aereo è pericoloso." I quattro salgono sulla Mercedes, e Cosimo il Giusto, che finora ha tenuto la bocca cucita, parte sgommando.
    Escono dalla città, imboccano l'autostrada direzione Napoli. Lisa, che pure è la donna del capo, non profferisce parola. E' stranamente intimidita da quei due. Li conosce bene, e sa che con loro è meglio non scherzare. A Toni la voce s'è infrattata non si sa dove. Dopo venti minuti percorsi a centoquaranta all'ora, in lontananza si profila un autogrill.
    "Cazzo, devoppisciare, ragazzi," fa Gaspare.
    S'imbucano nell'autogrill. Posteggiano fra un pick up e un camion. I due chierichetti scendono. "Non vieni anche tu, Toni?" Più che un invito, è un ordine. Toni li segue. Anche Lisa scende dall'auto. Vanno tutti verso i cessi. Toni, a differenza di Gaspare e Cosimo che vanno agli orinatoi, si infila in un cesso. I due chierichetti pisciano in silenzio; intanto O'Scannatore fa a Toni: "Tuttobbene, Toni?. C'hai quello che vuole il capo?" "Sicuro. Per chi mi prendi? Un coglione del cazzo?"
    "Occhei, Toni, occhei," fa Gaspare. Si sgrulla ben bene l'uccello, poi fa: "Noi t'aspettiamo in macchina, occhei?"
    I due chierichetti tornano a bordo dell'auto.
    Toni sta per uscire dal bagno quando un boato tremendo scuote l'aria e manda in frantumi i vetri delle altre macchine in sosta dell'autogrill dei cessi. Toni esce con calma e vede che la Mercedes è in fiamme. Adesso il don può mangiarsi due polli arrosto.


    Settima tappa

    Il caffè si rovesciò sulla mano del poliziotto. "Veniva dall'autogrill" disse Nicola, alla guida, "andiamo a vedere." L'auto partì e a sirene spiegate si diresse in direzione del boato.
    Nel frattempo gente curiosa si era avvicinata al rogo, nulla si poteva oramai decifrare dell'ammasso di ferro e fuoco che illuminava la notte.
    I pompieri e la volante della polizia arrivarono nello stesso istante con un gran fragore di luci blu, "Porca miseria, stanotte straordinari" pensò Nicola "devo chiamare Sandra."
    Intanto era arrivata anche una terza auto della polizia: "Buonasera sig. Tenente!" dissero all'unisono i due poliziotti, rivolti all'uomo sceso dall'auto. Si poteva definire a seconda dei gusti interessante o banale, sta di fatto che il tenente Maggi, era comunque un tipo, capelli neri lisci, corti sulla nuca ma con un ciuffo spettinato sulla fronte, gli occhi quasi sempre cerchiati mettevano in risalto il colore dorato, aveva un'età indefinita da chi vive con il sonno interrotto da telefonate d'emergenza.
    "Buonasera ragazzi, cos'è successo?" "Non lo sappiamo ancora sig. tenente, eravamo di pattuglia un paio di chilometri più in là quando abbiamo sentito l'esplosione e siamo arrivati" "Va bene, fate allontanare la gente e prendete le generalità dei presenti, mentre i pompieri lavorano, io vado a sentire all'interno dell'autogrill se sanno di chi era l'auto". Nel frattempo all'interno dell'autogrill Toni cercava di trovare una soluzione alternativa per non farsi interrogare dai poliziotti e Lisa invece cominciava ad avere paura, quella bomba era anche per loro? E se sì, chi li voleva morti?




    Ottava tappa

    Questa faccenda non era per nulla chiara, una storia sbilenca che non seguiva un filo, punti interrogativi si moltiplicavano come un intricato gomitolo, una matassa che espandeva una tela maledetta pronta a coprire e a invischiare i due malcapitati partiti per una missione possibile, ora consapevoli dell'impossibile controllo dei propri destini così sciagurati, così maledettamente vicini...
    Lisa presa dal panico si avvicinò a Toni afferrandolo per un braccio. "Cazzo", Lisa, "Mi fai male", "se stringi ancora un pò mi spappoli le ossa", "forse" , proseguì Toni, "ci conviene allontanarci da questo macello!" e trascinandola con forza si diressero velocemente verso la macchina più vicina, una Smart rossa più simile a un gianduiotto che a uno scatolotto con quattro ruote.
    "Presto", "salta sù", urlò Toni a una Liza oramai ridotta a uno zerbino, "Andiamocene" proseguì mentre metteva in moto la carretta non preoccupandosi del proprietario che , scrollandoselo ancora in mano, si catapultava dal cesso sbraitando a suon di vergognosi improperi! Toni, come rivitalizzato, partì in quarta , raggiunse la corsia di emergenza e proseguendo, strombazzando come un ossesso, alla prima uscita svoltò e...tornò indietro riprendendo l'autostrada in senso opposto. Lisa, sempre più moquettata, riuscì a vomitare due parole: "Sto male", bisbigliò, "Dove stai andando ora?". Toni, certo di essere al sicuro, rallentò la folle corsa osservando dall'altra parte uno schieramento di forze dell'ordine e pompieri che si appropinquavano verso il mattatoio, prese Lisa per la mano, una gelida manina bianco-verde e le rispose: "Stai calma", "Ora cerco una pensione qua in zona...ma prima dobbiamo abbandonare la macchina!" . Dopo dieci minuti Toni vide l'insegna di un Motel a tre km di distanza, fermò la macchina al ciglio della strada e tuonò: "Scendiamo e proseguiamo a piedi". Raggiunsero Il motel "Da Luisa" dopo un'ora...di salita in collina con una Lisa liquefatta e totalmente confusa.
    Il Motel, corredato da Night incorporato, accolse i due miracolati con il sorriso di un travesta, forse peruviano, che apostrofò: "volete una camera, sporcaccioni miei...?"
    Troppo stanco per ulteriori discussioni Toni prese una trucida camera per la notte e non appena chiusa la porta si buttò sul materasso e si addormentò....