Le pareti dipinte di carta da parati color fegato si confondono con la
moquette indistinta che giace, incollata a terra.
La finestra è uno spiraglio, o forse un occhio, uno squarcio sul
fuori.
Mille voci scorrono dentro Andreas, nel suo stesso corpo, nella sua
stessa
pace, nei suoi propri sensi.
Una storia più grande di lui, sembrava una storia più grande di lui.
Guardava sul tavolo i sacchetti di plastica, i preservativi annodati
pieni
di merda. Guardavo lo specchio incrostato. Leccava la banconota da
cinquanta euro, per non perdere niente.
Da dove era partito tutto?
Forse da un pomeriggio troppo silenzioso, troppo desolato. E dalla
terribile voglia di emergere, perché, cazzo, non ne poteva più di
continuare a vedere personaggi mediocri farsi avanti a colpi di frusta
e
leccate, non voleva e non poteva più vedere. Oltre a suo padre, certo,
alla
sua barba grigia e ispida, oltre a tutte le attenzioni?
Quello che faceva era non molto, in fondo. Aspettava il corriere,
quella
donna meravigliosa, lei sì veramente inquietante, bionda e felina,
Linda?
aspettava il corriere, a volte arrivavano floppy disc banalissimi,
senza
etichetta, da imbustare e imbucare nella cassetta rossa davanti al
bar
Ferroni, a volte arrivavano piccole partite di coca, e quella la
imbustava
nei preservativi, se li metteva dentro, andava dall'altro corriere, al
porto, e poi bastava spingerli fuori in un secchio, ed era fatta.
E allora cos'è che lo inquietava?
Forse, forse il fatto che ad una membrana da lui, ad appena una parete
di
distanza c'erano Toni e Lisa, cazzo, non due qualsiasi, Toni e Lisa. E
Miccillo quando si arrabbiava era una bestia, aveva le zanne, la bava,
la
ferocia. Lui lo sapeva bene?
Andreas ingoia una pasticca bianca, si lava le gengive con la merda
bianca,
e, sudando come un maratoneta, s'infila la pistola nella cintola, dei
pantaloni, anzi no, nella tasca dietro, anzi, nella cintola.
Le mani saettano e schizzano.
La membrana è sottile, si rompe con facilità.
Seconda tappa
Andreas era figlio della strada, figlio dell'abbandono di una madre mai madre, "sono padrone della mia vita", diceva presuntuosamente e non verosimilmente anche perchè i suoi "si signore" a Don Micillo li doveva dire.
Nel pomeriggio afono di una pioggia irregolare, Andreas ricevette una telefonata. Era una voce cupa, debilitata, sofferente: "Mi devi vendicare, devi ucciderlo" e poi il silenzio inquietante.
Andreas non capiva. Il primo impulso venutogli fu quello di caricare la sua pistola, poi uscì. Voleva prendere una boccata di aria fresca, quell'aria sbarazzina dopo la pioggia. Poco dopo il cellulare urlò ancora: "Sono Lisa, aiutami. Mi trovo in un casale in Savona e c'è una chiesa vicino, aiutami te ne prego", e la linea si interruppe ancora.
"Ma cosa vogliono da me queste carcasse umane", urlò Andreas con il cuore pieno di
menefreghismo calcinante, però intuì nello sfogo che se la donna di Don Micillo era in difficoltà, aiutandola ci si poteva guadagnare qualche soldo.
Repentinamente decise di partire alla volta di Savona, "destra, poi sinistra, eccolo" si disse con la fronte gocciolante di sudore puzzolente.
Entrò nell'abitato come un sorcio in cerca di formaggio con la paura di trovare una trappola ed invece trovò a terra Toni che quasi galleggiava in una pozza di sangue. Lì vicino Lisa che annaspava delirando. "Vieni via", gli urlò Andreas, e i due abbandonarono quelle mura teatro di violenza.
Terza tappa
C'era una sorta di legge fisica che regolava i rapporti fra Maggi e
quelli
della Scientifica: come due protoni dello stesso segno si respingono,
così
Maggi evitava contatti con quei soloni in camice bianco e guanti di
gomma.
"Mi puzzano di Allegro Chirurgo" diceva spesso "se tocchi qualcosa
suona la
campanella..." In quel casale di Savona c'era sangue dappertutto e una
strana aria vorticava sul cadavere di quell'uomo. Che aria fosse,Maggi
se
lo era chiesto sin da quando aveva ricevuto la telefonata di
Pezzobon: "Tenente, abbiamo rinvenuto il cadavere di un tizio che
assomiglia
a quello dell'identikit fatto dal barista dell'autogrill". Quello che
non
quadrava in tutto questo era Pezzobon a Savona e Pezzobon con in mano
l'identikit: come diavolo era che ultimamente intorno a questo caso ci
fosse sempre il nome di un nullafacente come lui? Ma i campioni
sfoderano
il colpo vincente nei momenti più impensabili e Maggi era un campione
con la
"c" maiuscola. E questo era un momento impensabile. "Passami il pivellino, si come cazzo si chiama...Ambrosini.
Allora, sentimi bene:tu da questo istante in poi sarai l'ombra di
Pezzobon.
Mangerai con lui,dormirai con lui,cacherai e piscerai con lui.Ogni
giorno
voglio un rapporto sui suoi movimenti.Occhio che se ti becca, o ti
ammazza
lui o di ammazzo io". Che la lezione fosse stata intuita, Maggi lo
capì
dall'assenza di "sissignore" provenineti dall'altro capo del
telefono, solo
un OK concluse la telefonata. Ormai era chiara una cosa ossia che
Pezzobon
fosse stranamente interessato al caso e che la Mercedes CLK Cabrio con
cui
veniva al lavoro non poteva essere il frutto di uno stipendio da
poliziotto. C'era un'altra cosa che inquietava Maggi: perchè quei
deficienti
della scientifica si mettevano il camice bianco? E tra le due, era
quest'ultima che lo faceva incazzare di più.
Quarta tappa
Andreas e Lisa non avevano niente in comune. Neppure quel Don Micillo che avrebbe invece dovuto legarli indissolubilmente. Troppo lunatico e sfigato lui, troppo sostenuta e apprifittarice lei. Però adesso erano insieme e sopratutto insieme dovevano sopravvivere. Si ma a chi?
Andreas pensava che Lisa e il suo vestito intriso di sangue erano il bersaglio di qualche vendetta trasversale. Lisa invece era sicura che la mitraglietta che aveva crivellato il corpo di Toni era mossa proprio dal suo Don.
Ma chi dei due la vedeva giusta?
L'auto intanto correva veloce sull'autostrada dei Fiori, tariffa altissima per curve e burroni in ogni dove.
"Fumi?" chiese Andreas.
"Che cosa? Non darmi quello schifo puzzolente che hai avuto in bocca fino adesso" sentenziò Lisa.
E si che Andreas andava pazzo per quel cazzo di sigaro Coibas, figlio della revolucion cubana e di quel Fidel che teneva in cameretta accanto alla sua Irlanda.
"Non ho altro. O il sigaro o il sigaro"
Cedette.
A Lisa quel sigaro però schiarì le idee.
"E se questo coglione patentato fosse proprio la mia ancora di salvezza?" si disse fra una boccata e l'altra.
"E se questa puttanella fosse il mio terno al lotto?" pensava dentro una coltre di fumo Andreas.
Chi avrebbe fottuto l'altro?
Don Micillo stava bestemmiando per la Lisa sfuggita, Smirnoff fibrillava e Bacigalupo si cacava in mano.
L'unico che in tutta sta storia era tranquillo si chiamava Maggi.
Lui si che aveva visto giusto con il pedinamento di Pezzobon. Stava fiutando la preda e Pezzobon era la miglior esca in giro.
"Occhio pescecani del cazzo.Occhio che sto arrivando!" disse Maggi scolandosi una stout amara come un antibiotico "Okkio..."
Quinta tappa
Lisa aveva ancora davanti agli occhi la scena: quell'uomo ubriaco che
cercava di entrare nella loro stanza credendola la sua, Toni perso nelle
sue riflessioni, concentrato nella ricerca di una via di fuga che li
portasse lontani da tutta quella storia nel più breve tempo possibile e
senza lasciare tracce.
Quell'uomo che inveiva prendendo a calci la porta
all'inizio non lo aveva distratto più di tanto, poi aveva finito per
interrompere i suoi ragionamenti e questo Toni non l'aveva potuto
tollerare. In uno stato d'animo che andava altalenando dalla paura, alla
rabbia, alla spavalderia, si era avventato verso quella vecchia porta
scrostata e l'aveva aperta di scatto sferrando un violento sinistro allo
scocciatore ma, quello che aveva creduto essere solo un poveraccio ubriaco,
era accompagnato da una mitraglietta sorretta da un giovanotto dall'aria
poco sveglia ma che doveva avere una certa dimestichezza con le soluzioni
drastiche. Toni forse non si era nemmeno reso conto di aver commesso un
errore. Un errore fatale. Prima che ritraesse il pugno, una scarica di
colpi aveva messo fine al suo piano di fuga.
Lisa si chiedeva se Don Micillo avesse in mente lo stesso trattamento anche
per lei, aveva imparato a conoscere quell'ambiente: non c'è spazio per
nessuna debolezza, nel momento in cui cerchi di scappare sei finito. Sapeva
che una fuga non poteva essere eterna, dovunque c'erano occhi e orecchie
che prima o poi avrebbe finito per incontrare. Seppure ancora terrorizzata
cominciava a capire che la sua unica salvezza era trovare il modo di girare
la situazione in suo favore, doveva entrare in gioco e mettere in pratica
quello che aveva visto fare tante volte. Doveva diventare una pedina
fondamentale in un gioco che si stava facendo sempre più pericoloso e, per
fare questo, aveva bisogno di portare qualcuno dalla sua parte.
Sesta tappa
Quante volte hai sotto il naso le chiavi dell'auto che stavi cercando per
tutta casa?
E quante volte ti sei maledetto perchè le chiavi, nella tasca della giacca,
non le metti mai e quella volta ce le hai messe ?
In fondo bastava pensarci, alla tasca. E il problema stava proprio lì: nel
pensarci.
Andreas non aveva tempo e voglia di pensarci troppo. Lisa era una gran
bella gnocca, lui aveva una voglia di sesso da spaccare il mondo. Lei poi
si era pure ammorbidita, una gatta in cerca di fusa. Tutto sembrava pronto
ad esplodere, ma l'istinto lo frenava. Non è che la pupa di Don Micillo
vuole fregarmi? Insomma Andreas, nella sua tasca, a frugare per le chiavi,
proprio non ci pensava.
Sull'altro sedile, Lisa faceva la bella addormentata. In un sonno
scenografico aveva pensato di sbottonarsi la camicetta e lasciare
intravedere i suoi seni. Lei gli uomini sapeva come trattarli, sapeva come
comprarli. Questo adesso era il suo gioco.
L'auto era prossima ad un bivio.
Andreas doveva decidersi: a destra per la catapecchia di Don Micillo, a
sinistra per il motel dell'autostrada.
Tutto teso, lasciato da solo a decidere il suo destino, schiacciò il piede
sull'acceleratore.
"Salve posso esservi utile?"
Alla reception c'era una signorina dai modi gentili.
"Vorrei una doppia"
"Si, che nome metto ?"
"Ambrosini, metta Ambrosini"
Maggi ce l'aveva spedito senza spiegargli un bel niente, soltanto
chiedendogli se russava o meno. L'agente Ambrosini salì lentamente le scale
di quell'edificio poco distante dall'uscita dell'autostrada.
Fuori un'auto era arrivata annunciandosi con una poderosa sgommata.
Spostò la tendina e tra sè e sè si promise di mettere un poster in camera
sua raffigurante il Ten Maggi.
"Cazzo, Sherlock Holmes gli fa una sega a Maggi" fu il pensiero che
concluse degnamente quella strana giornata.
Settima tappa
"A che punto siamo" disse tossendo Don Micillo.
Bella domanda pensò Pezzobon. La risposta era nella merda, ma se ne guardò
bene dal pronunciare quella parola.
"Tutto ok capo".
"Pezzobon, ti ricordi il tuo amico Frasca?"
Cazzo se si ricordava di Piero Frasca, allibratore da strapazzo, adesso
"colonna portante", nel senso edilizio del termine, di una villa in
provincia di Enna.
"Capo, ho i due qui di fronte a me, stanno scendendo dall'auto proprio
adesso".
"Bene. Domani mattina voglio leggere sulla cronaca nera della gazzetta la
fine che hanno fatto" e riattaccò.
Pezzobon lisciò il calcio della sua 765.
Avrebbe fatto un lavoro pulito: un colpo ciscuno nel sonno chimico di un
sonnifero misto a champagne.
"Apri cretino".
Ambrosini si avviò dopo aver finto di non essere in camera.
"Signor Tenenente è lei ?" disse, violaceo in viso.
"No, sono tua nonna. Dove sono i due ?" chiese Maggi guardandosi attorno.
"Camera 65"
"Certo che sei proprio deficente. Noi siamo al 98, pressapoco due piani
distanti dai tizi che dovremmo proteggere"
"Non ce ne erano altre libere" provò a difendersi.
"Dammi il telefono. Pronto ? Reception ? Si guardi, qui alla 65 il
rubinetto del lavandino butta acqua che semra la cascata del lago Vittoria.
OK aspetto sul corridoio"
"Ma tenente...non c'è nessuna perdita"
"Per ora"
Un uomo calvo e abbronzato arrivò poco dopo cercando di non bagnarsi le
scarpe da quel fiume d'acqua che scorreva da sotto la porta.
"Ah signori..venite, vi porto nella vostra nuova stanza"
Di fronte a loro s'aprì la camera 97.
Lisa e Andreas fottevano come ricci nella camera accanto.
Pezzobon dormiva di gusto giusto un metro più in là.
"Ok, è ora di ballare" disse Maggi risoluto.
Si, ma con che ritmo ?
Ottava
tappa
"“Servizio in camera”
“Hai ordinato qualcosa ?” chiese allarmata Lisa.
“No” fu la risposta secca di Andreas.
Nella mente di Lisa c’era spazio solo per i ricordi funesti di quella
sera con Toni in un lago di sangue. Iniziò a singhiozzare. Divenne
in un frangente tenera e indifesa, non più cacciatrice, ma preda.
Andreas pensava vorticosamente alle soluzioni, ma nella sua testa ronzava
ancora quella sua codarda idea di scappare e lasciare Lisa alle sue pallottole.
Adesso i toc toc sulla porta erano aumentati di frequenza.
Lisa singhiozzava in un angolo ormai esausta e inerme. Sperava almeno in
una fine veloce e indolore, non voleva fare come Toni e il suo isterico
divincolarsi da un destino ormai scritto.
“Sparami tu” disse ad Andreas “Spara ! Spara bastardo
rottinculo che non sei altro, spara !”
“Che cazzo vai dicendo. Zitta, devi stare zitta !” rispose confuso
Andreas “casomai mi sparo io” e mentre lo pensava la porta cadde
fragorosamente per la spallata arcigna di Pezzobon nascosto dietro un passamontagna
nero.
La 765 e il suo silenziatore si alzarono in una danza funerea.
L’indice stava per rispondere alla sollecitazione neuronale del suo
cervello.
Il grilletto non aspettava altro.
“E bravo il nostro Pezzobon”
Come in una scena hollywodiana, Maggi armato della sua Beretta e Ambrosini
poco distante, inginocchiato, tenevano sotto tiro l’aspirante omicida.
“Butta quel ferro vecchio e vieni qui da papà” suggerì
bonariamente Maggi.
“Che minchione quel Pezzobon. Avrei dovuto tagliargli i coglioni
già da un po’, invece adesso mi tocca aspettare che passi
una nottata in carcere e che qualcuno lo suicidi”
Don Micillo aveva fatto incetta di quotidiani, ma la notizia tanto agognata
era stata soppiantata da quell’enorme titolone con su scritto: “Manette
al presunto killer del casale di Savona: è un poliziotto”.
“Adesso voglio proprio vedere che cazzo dice Bacigalupo e i suoi
chip dei miei coglioni”
Prese il portatile e compose un numero. Dall’altro capo del filo
una voce metallica annunciava che il Commendatore era occupato su un’altra
linea, l’attesa sarebbe stata breve.
“Ci mancava pure la Cavalcata delle Valchirie” disse spegnendo
il suo sigaro sulla faccia in prima pagina di Pezzobon.
“Pronto ?”
“Ah Commenda, come andiamo, sarà contento adesso ?”
“Mi scusi ma non la conosco”
“Non mi conosce eh ? Peccato Commenda, perché invece io a
lei la conosco bene e so pure che solo un gran coglione come lei poteva
farsi sfuggire dalla gabbia quei due topi !”
Don Micillo raramente alzava la voce perché aveva sempre pensato
che la calma è la virtù dei forti e dei potenti. Adesso
però stava perdendo le staffe e non avrebbe dovuto. Segno di debolezza
pensò.
Invece era solo paura, una paura cane che quello squalo di Bacigalupo
l’avesse già condannato a morte. D’altronde come spiegare
quel “ Mi scusi ma non la conosco”, avevano sempre parlato
chiaro, fottendosene di microspie, intercettazioni e quant’altro.
Adesso si sentiva scaricato e abbandonato, come non lo era mai stato.
Doveva rientrare in sé:
“Allora mi presento: sono il Signor Micillo Salvatore, titolare
della ditta di spedizioni “Fly Away S.r.l”, la cercavo per
fissare un appuntamento”
“Non l’avevo riconosciuta signor Micillo, come sta ?”.
Il fetente vuole giocare, e giochiamo ?
“Benone. Posso venire da lei, diciamo domani mattina ?”
“Domani, vediamo…domani sarò al consolato russo, ma
nel pomeriggio sarò libero. Ci possiamo vedere nel primo pomeriggio”
Cazzo, prima va da Smirnoff a prendere ordini, poi viene da me ad impallinarmi.
“Ok, rimaniamo così”
“Perfetto. La saluto Signor Micillo”
Era come nei classici western: pistole in pugno, venti passi e il primo
che spara porta a casa la pellaccia.
“Pronto Mimì, sono Sasà. Chiama tutti gli uomini a
raccolta che domani abbiamo da fare” ordinò perentorio Don
Micillo al suo luogotenente.
“Red, domani te e i tuoi da Smirnoff nel primo pomeriggio”
disse pensieroso Bacigalupo.
Ma forse tutti e due avevano fatto i conti senza l’oste.
Maggi chiamò a se Ambrosini e gli disse:
“Sai che mi sono arrapato quando ti sei inginocchiato pistola in
pugno?”
“Ma, Tenente…”
“Dai, una botta e via con il tuo tenentino eh ?”
“Vada a fare in culo tenente !”
“Bravo Ambrosini ! E’ così che ti voglio ! Lurido e
cattivo ! Adesso chiama quei coglioni del commissariato di Genova e digli
che domani dovranno essere pronti: si va da Smirnoff a bere vodka!”
Eccolo l’oste.
Lisa e Andreas erano in commissariato, torchiati dal sovrintendente Travetta,
un demente patentato. Nella sua trentennale carriera, mai una volta era
riuscito ad avere almeno un solo elemento utile alle indagini. Maggi l’aveva
catechizzato dicendogli di mantenersi sul vago perché quei due
erano due ossi duri, pericolosi come cobra.
Da dietro il vetro oscurato, Maggi si contorceva dal ridere.
Travetta aveva appena chiesto ai due se erano mai stati a Genova.
Andreas aveva risposto che ogni fine settimana almeno trequarti di Milano
si riversa in riviera e che lui faceva parte della comitiva, mentre Lisa
gli aveva fatto notare che non solo la conosceva, ma che ci era pure nata.
Maggi entrò dando una pacca di incoraggiamento a Travetta e congedandolo.
“Continuo io. Bel lavoro” disse.
Un lavoro del cazzo, ma questo lo pensò e basta.
“Allora piccioncini, adesso mi raccontate la favoletta. Occhio che
il nonno lo sa che Cappuccetto Rosso è stata mangiata dal lupo
cattivo, perciò se pensate di farmi fesso, vi avverto che non mi
vestirò da cacciatore per sparare alla bestia e salvarvi. Stavolta
sparo prima a voi e poi a quella cariatide della nonnetta”
Mentre Maggi ascoltava la storia compiacendosi di come le sue supposizioni
fossero tutte esatte, Don Micillo atterrava al Cristoforo Colombo.
“Ok, è a terra” disse quello alto con i capelli a
spazzola.
“Ricevuto” rispose l’altro da un tetto assolato in Corso
Italia .
“Tenente, sono Ambrosini”
“Avanti”
“L’arciere ha scoccato la freccia”
“Cazzo dici Ambrosini”
“Insomma, il Don è arrivato”
“Certo che sei proprio ritardato. Seguitelo. Ci vediamo da Smirnoff.”
“Ricevuto. Passo e chiudo”
“Ma vaffanculo Ambrosini !”
La stanza centrale del consolato era animata dal passaggio ripetuto di
gente dall’aria esausta. Mancava poco alla pausa pranzo, poi l’ambiente
si sarebbe quietato.
Le pareti affrescate e una scrivania in radica erano le uniche presenze
nell’ufficio di Smirnoff.
Maggi stava bestemmiando con i cinesi rei di aver costruito un binocolo
che non funzionava. Ambrosini avrebbe voluto suggerire al tenente che
sarebbe bastato girare la ghiera dello zoom, ma stette zitto, vendicandosi
delle vessazioni subite.
D’un tratto entrarono in tre.
Gente mai vista prima, ma con tutta l’aria di essere incazzata con
qualcuno.
“Chiama Cimmino e passamelo” ordinò Maggi.
“Annanzi” disse in dialetto Felice Cimmino, braccio “sinistro”
di Maggi perché a suo dire lui non aveva bisogno di nessun braccio,
tantomeno di uno “destro”.
“Terrone sei e terrone resterai. Spedisci Pezzobon a fare quello
che deve fare” disse.
Stufo dell’armeggiare nevrotico di Maggi, Ambrosini si decise a
rivelare il segreto del binocolo.
“E che cazzo !” imprecò Maggi mentre riusciva finalmente
a scorgere i tre individui girarsi per far accomodare Pezzobon bello tirato
a lucido e pronto a far scattare la trappola.
D’un tratto il cellulare di Maggi trillò, inaspettato.
“Chi è ?” chiese concitato.
“Tenente sono Bacci dalla centrale”
“Che cazzo vuoi adesso !”
“Tenente, Don Micillo è saltato in aria poco dopo la sopraelevata”
“Ma che vai dicendo”
“E’ successo cinque minuti fa”
Ci hanno fottuto, pensò isterico Maggi.
“Cimmino. Entriamo !” ordinò imbestailito.
“OK”
Dal binocolo si vide una marea di agenti fare irruzione all’interno
del consolato e i tre figuri alzare le mani con noncuranza.
Maggi sapeva di aver fatto un casino stellare, ma doveva pur far qualcosa.
Sbagliata magari, ma pur sempre qualcosa.
Il Magistrato entrò chiudendosi dietro la porta.
“Maggi, ho lei ha in mano delle prove schiaccianti o qui Putin ci
fa bombardare dai Mig”
“Non le ho signor giudice, però ho un piano”
“La prego, la scongiuro: mi convinca, altrimenti sarò costretto
a sbatterla in galera con tanto di sue scuse ufficiali alla Russia. L’ascolto.”
Maggi iniziò. Al termine del colloquio il giudice Verdani si alzò
e rivolgendo un ultimo sguardo alle sue carte disse:
“Ok tenente, ha tempo 24 ore. Poi sarà bene che chiami il
suo avvocato”
“Grazie”
“E adesso ?” pensò “facciamo due rapidi conti:
Don Micillo è al creatore e con lui tutte le prove contro Smirnoff
e il famigerato Commendatore; Pezzobon me lo sono giocato; mi restano
quei due relitti di Andreas e Lisa. Come cazzo farò a vincere la
mano Dio solo lo sa…”
Finì la frase tracannando una birra ghiacciata.
Alzò il telefono e chiamò Ambrosini.
“No ! Lei no può entrare mia casa e mettere dentro tutti
miei collaboratori ! Io sono sopra territorio russo, no se lo dimentichi
!”
Smirnoff era veramente imbestialito. Era arrivato al Commissariato con
tanto di codazzo di avvocati e sirene spiegate.
Maggi non batté ciglio.
“Mi dispiace signor console, ma quei tre non sono in possesso del
permesso di soggiorno.”
“Voi no potere fare questo ! Io già telefonato presidente
Putin e lui assicurare me presto situazione sblocca”
“Mi dispiace ma adesso ho da fare”
“Lei pagherà questo tenente. Arrivederci !” e uscì
sbattendo la porta.
Maggi ingoiò pensando bene se doveva cacarsi sotto adesso o il
peggio doveva venire.
Poco dopo arrivò Ambrosini con accanto Lisa e Andreas.
“Sedetevi” accennò Maggi.
“Sono mortificato signor Smirnoff. Non sapevo di Pezzobon e della
polizia” cercava di scusarsi Bacigalupo.
“Senti, adesso tu fai saltare Maggi come fatto con tuo amico mafioso
altrimenti…aspetto notizie” e riattaccò.
Doppio gioco. L’aveva imparato proprio da quel cane di Don Micillo,
ma stavolta il commendatore sapeva di rischiare grosso. Però la
posta in gioco era altissima: incastrato Smirnoff sarebbe rimasto lui
l’incontrastato padrone del traffico di droga dell’intera
area orientale. Una sorta di Zar italiano della droga.
“Sono l’Alessandro Magno del duemila!” disse sniffandosi
la sua quotidiana pista di neve.
Ma l’Indo era molto più vicino di quanto credesse.
Maggi vide Lisa con gli occhi lucidi uscire dalla toilette.
Pensò che in fin dei conti anche fosse un lei aveva un cuore e
che era normale reagire con il pianto alla notizia della morte del tuo
uomo.
“Coraggio. In fin dei conti sei ancora giovane” provò
a rincuorarla.
“Che vuoi dire che sto cazzo di rimmel, ogni volta che lo mettorò
da qui alla fine dei miei gironi, mi farà lacrimare come se stessi
sbucciando una cipolla? No bello ! Quando sono fuori glielo ficco al culo
della commessa di Givenchy che me l’ha venduto!”
“Venga con me duchessa che la porto al ricevimento” e mentre
lo disse Maggi ebbe conferma che fra lui e le donne c’era un abisso.
Le dita di Andreas correvano veloci sulla tastiera.
“Come si mette la chioccolina qui ?” chiese.
“Alt Gr e @” disse Ambrosini.
“Ok, fatto”
L’email e la conferma della ricezione del msg arrivarono istantaneamente.
“Adesso ?” chiese l’agente.
“Adesso bisogna solo aspettare che mi arrivi la risposta con mittente
FreeAir, spacchettare il file allegato ed il programmino mi catapulterà
su un server in Cile e poi, dopo un giro pazzesco, di nuovo in Italia
dove, collegandomi a questo sito, potrò ricevere in codice luogo,
data e ora del nuovo carico, compreso il destinatario ed il mittente”
“Incredibile”
“Eccolo qui…ok…adesso mi scollega e poi via nel cyberspazio.
Non è che hai da fumare ?” domandò Andreas.
“Non fumo. Non in servizio”
“Sei nuovo vero ? Il tuo capo però fuma e beve !”
“Hai ragione…fumati sta sigaretta va…” cedette
Ambrosini.
Da dietro si aprì la porta. Era Maggi:
“Ah…eccoli qui Lucignolo e Pinocchio ! E le orecchie, quando
vi crescono le orecchie ?”
Dallo schermo del PC una quantità infinita di lettere e numeri
scendeva come pioggia.
Per magia, al termine dell’operazione, Andreas aveva tutto quello
che sarebbe servito ad incastrare Smirnoff ed i suoi.
Luogo: Genova – Porto Multedo
Data: Domani
Ora: 23.00
Mittente: Vladimir
Destinatario: Commenda
Forse il carcere di Marassi avrebbe potuto attendere ancora un po’,
pensò soddisfatto Maggi. Forse.
“Ma quella non è quella fighhia e bottana di Lisa ?”
“Minchia ! Avverto il capo ! A gramigna nun mori mai !!!”
Saltando due a due le scale del consolato russo uno dei due scagnozzi
piombò nella stanza del capo.
“Va bene Mimì, non devi preoccupare te. Falla venire”
Poco dopo Lisa era di fronte a Smirnoff.
“Finalmente ci siete riusciti a far fuori quel cane !”
“No essere stato io. Che vuoi !”
“Prendere il posto di buonanima Sasà”
Smirnoff scoppiò a ridere, di quelle risate sguaiate e forzate,
poi disse:
“Tu donna furba, ma troppo inesperta. Ti faccio proposta: tu dire
me nascondiglio documenti Don Micillo ed io fare te signora riverita e
potentissima”
“Facciamo così: tu mi metti subito al corrente del prossimo
carico ed io contraccambio il favore. Do ut des, dicevano i latini, ma
tu sei russo…chissà se capisci”
“Genova, domani ore 23.00, 200 Kg purissima”
“Manca il destinatario”
“Io”
“Non pigliarmi per il culo !”
“Commendatore Bacigalupo. Dimmi nascondiglio tu adesso”
Lisa uscì in contemporanea alla chiamata di Smirnoff che si concluse
con:
“…bruciate tutto…deve sembrare cortocircuito…”
In commissariato Maggi sfogliava tutte le copie dei documenti in possesso
di Don Micillo: ce n’era abbastanza per sbattere tutti al fresco,
ma mancava ancora il nome del Commendatore.
Lisa bussò in compagnia di Cimmino:
“Bacigalupo” disse.
“Quel gran figlio di puttana ! C’avrei scommesso !”
disse Maggi.
Il cesso è sempre stato un eccezionale luogo di meditazione.
Maggi ci aveva risolto i migliori casi.
Stavolta tutto si stava inanellando alla perfezione ed il cesso lo utilizzò
solo per tirare una boccata d’aria e ripensare a Bacigalupo.
Aveva già avuto a che fare con quel serpente.
Anni addietro, un’indagine su un voto di scambio con la mafia.
Arrivò ad un passo da lui, poi tutto si quietò e il commenda
se ne uscì con tanto di scuse da parte del giudice, ma Maggi aveva
visto tutto il marcio di quell’uomo e aveva sempre saputo che dalla
droga, alla mafia al traffico di armi, tutto aveva come terminale quel
nanerottolo tronfio di sé.
Tirò lo sciacquone e concluse la pausa con un sofferto “bastardo”
detto fra i denti.
I lampioni si riflettevano perfetti nell’acqua.
Sembravano dipinti impressionisti.
Genova sonnecchiava tutt’intorno.
Le luci dell’ultimo aereo della giornata rischiaravano Pegli e i
cantieri Navali.
Maggi fumava nervosamente ranicchiato dietro una balaustra proprio sopra
il molo 25.
“Tenente qui saltiamo in aria se non la smette” disse preoccupato
Ambrosini.
“Cazzo vai dicendo !”
“Tenente sa quante tonnellate di greggio stanno correndo sotto il
suo culo ? Mille. Al minuto”
Maggi sbiancò ricordandosi che il Multedo si chiamava anche Porto
Petroli e la ragione era intuibile.
Pensò di spegnere la cicca schiacciandola, poi disse che no, era
meglio buttarla o forse…la spense da sotto il tacco della scarpa,
facendo attenzione che la cenere non cadesse in terra.
Cimmino poco distante aveva acceso un sigaro enorme.
“Cimmino ! Te lo faccio ingoiare quel sigaro !” urlò
sottovoce.
“E quanto sei suscettibile…Sirchia ti metto nome !”
Dalla ricetrasmittente gracchiò una voce:
“Arrivano”
“Pronti tutti” ripeté Maggi.
La nave, una cisterna rossa e verde, si avvicinava lentamente al molo.
A terra, due auto di grossa cilindrata con il motore accesso aspettavano.
In una Smirnoff sentiva jazz.
Nell’altra Bacigalupo arrotolava i suoi cinquanta euro per lo sniffo
della sera.
Le portiere si aprirono all’unisono pochi secondi dopo che la nave
ebbe spento i motori.
Un montacarichi fece scendere dall’alto un involucro rettangolare,
grande poco meno di un libro.
Bacigalupo poggiò sul cofano dell’auto il suo PC portatile
e lo aprì.
Lo stesso fece Smirnoff.
I due aprirono l’involucro e si diressero in direzioni opposte verso
i portatili.
Inserirono ciascuno il proprio dischetto e aspettarono il collegamento.
La trafila era sempre la stessa: dischetto, email, password, collegamento,
identificazione e via con la merce.
Don Micillo c’aveva costruito il suo impero con questo giochetto.
Controlli nulli, frasi e contatti crittati, tutto pulito. Poi ci si era
messo di mezzo Maggi.
Il collegamento era prossimo alla sua conclusione.
Mancava solo l’identificazione. Smirnoff e Bacigalupo si avvicinarono
di nuovo e si scambiarono due dischetti, tornandosene ai rispettivi posti.
“Adesso viene il bello” disse Maggi.
Sugli schermi illuminati dei due signori della droga non campeggiava,
come era sempre successo prima, la scritta in verde che diceva, “OK”.
Stavolta non c’era nessuna scritta, solo un immagine.
Era la prima pagina del Corriere della Sera con la data del giorno dopo,
corredata da un titolo enorme e dalla foto dei due ammanettati:
“Presi !” titolava il quotidiano.
Dal buio Andreas uscì fuori con in mano due floppy.
“E tu chi cazzo sei” abbaiò Bacigalupo.
“Mettiamola così: voi siete nella merda completa ed io sono
l’impresa di spurgo”
“Spara !” gridò Smirnoff guardandosi intorno.
“Ok: ditemi chi ha ammazzato Don Micillo, dov’è la
centrale operativa e chi c’è dietro di voi”
Risero tutti e due per l’ingenuità del ragazzo, poi capirono
di non avere alternative. Guardandosi negli occhi, alla stregua dell’ultimo
desiderio del condannato di fronte al plotone d’esecuzione, risposero
alle prime due domande.
La terza ebbe il suono di due colpi sordi partiti chissà da dove
che li centrarono in piena fronte lasciandoli stesi ad annegare nel loro
stesso sangue.
“Via via via !” urlò Maggi.
Nel lampeggio bluastro delle sirene, accanto ai due corpi, Maggi prese
con se Andreas e lo portò sui gradini in ferro di una scala.
“Hai da accendere ?” disse.
“E tu hai da fumare ?”
“Che farai adesso” chiese Maggi.
“Se ti dicessi che mi è venuta voglia di tornarmene da mio
padre ci crederesti ? ”
“No”
Lontano la Lanterna segnalava ai marinai la rotta da seguire per arrivare
sani e salvi in porto.
Forse era davvero il momento di virare con decisione verso costa. Forse
era tempo di attraccare.